Un ordinario giorno di archeologia “d’emergenza”

 

La sveglia suona improrogabilmente alle 5.30.

 

Capelli arruffati, occhi semichiusi e il desiderio che una tazza di caffè si materializzi sul comodino.

 

Inizia una nuova settimana di lavoro. Destinazione odierna: suburbio romano.

 

Lavagna, palina, freccia del nord, macchina fotografica sono pronti nello zaino, insieme a block notes, cappellino e crema protettiva. Il sole scotta in cantiere se non c’è neanche un albero a farti ombra e rischiare un’insolazione con il pericolo di stare a casa qualche giorno non è cosa da mettere in conto, soprattutto ora, dopo mesi di pausa forzata.

 

Eh sì perché non tutti i giorni si lavora, ci sono periodi in cui non parte un cantiere neanche se si pregano i Lari.

 

Nessuna esitazione quindi. Si parte.

 

In macchina ci sono già i dispositivi per la sicurezza: caschetto, guanti, scarpe antinfortunistiche e giubbotto catarifrangente, oltre all’immancabile trowel. Il resto del corredo da archeologo è formato da: metro a stecca, matite, tavoletta per i rilievi, fogli lucidi, filo a piombo, compasso, mazzuolo, picchetti. E non da ultima una buona dose di pazienza.

 

Pronti, partenza, via.

 

Buongiorno agli operai, verifica del nulla osta e si comincia a guardare la ruspa.

 

Perché non è vero che l’archeologia è avventura e mistero o improbabili scoperte di lavoro alieno sfuggito ad anni di ricerche. L’archeologia può essere, e anzi, nella maggior parte dei casi è, un laureato che fissa una ruspa.

 

La chiamano archeologia d’emergenza: ci sono dei lavori, pubblici per lo più, e l’archeologo controlla che nel corso degli stessi vengano tutelati i beni archeologici.

 

Tanto per iniziare devi trovare il “tuo” punto di osservazione. Ovvero una posizione rispetto al bordo della trincea, nonché ad escavatore e camion, in cui sia possibile vedere in modo soddisfacente le operazioni di scavo, non dare fastidio e non farsi male.

 

Rigorosamente in questo ordine.

 

Dopo attenta osservazione ci riesci e forse per qualche ora starai pure all’ombra: deve essere il tuo giorno fortunato.

 

And now: let’s dig!

 

In piedi, bardata con casco, giubbotto ad alta visibilità, antinfortunistiche e borsa di Mary Poppins a tracolla inizi a controllare il lavoro.

 

La ruspa scava, carica, scava, carica, scava…

 

Di antico non c’è assolutamente nulla, ma bisogna comunque documentare.
Per cui, tra la fine della realizzazione di un tratto di trincea e la posa della tubazione, di qualsiasi tipo sia, bisogna essere reattivi.

 

Con scatto felino (si fa per dire), prendi la palina, la lavagnetta e la freccia del nord. Con un po’ di fatica cerchi di ricordare dove hai messo i gessetti e la bussola. In un attimo è tutto pronto per fotografare la trincea.

 

Metti la palina a piombo, orienti la freccia, posizioni la lavagnetta a favore di camera.  1,2,3… click.

 

E giusto in quel momento qualcuno passa tra te e il tuo soggetto!

 

Mantieni la calma e riprovi.

 

Click.

 

Perfetto.

 

Approfittando di un attimo di distrazione degli operai prendi pure le misure delle sterili stratificazioni, così mentre loro metteranno in opera le tubazioni ti farai uno schizzo. Una volta a casa poi la tua “opera d’arte” dovrà diventare una bella, quanto poco utile, sezione disegnata con Autocad o software affini.

 

Visto che ci sei poi, ti siedi sul ciglio del marciapiede, tiri fuori il block-notes e abbozzi il giornale di scavo.

 

Dopo un po’ guardi l’orologio, sono quasi le 12.

 

Tra un po’ ci sarà la pausa pranzo. Meno male.

 

Mezzogiorno: scatta l’anarchia!

 

Chi si rifugia sul camion, chi corre a comperare il pranzo, chi decanta le doti culinarie della moglie e tu, senza dare nell’occhio, ti rifugi nel bar più promettente. La mission della scelta del bar non è tanto la ricerca del cibo migliore. E nemmeno di quello più economico. Il bar serve per rinfrescarsi d’estate, scaldarsi d’inverno e avere una toilette a disposizione in tutte le stagioni.

 

Mentre ti mangi un panino, portato da casa, bevendo un bibita acquistata in loco per poter usufruire dei confort suddetti, hai un solo pensiero: quando finiranno di scavare oggi? E soprattutto: quante possibilità ci sono che nel corso di questo lavoro io faccia qualche rinvenimento?

 

Perché è quello che metterà alla prova la tua abilità da archeologo, ma non quella teorica o tecnica o stratigrafica. No, quella caratteriale. Perché è nel preciso momento in cui dirai, a voce alta o bassa, “fermate la ruspa” che si scateneranno delle dinamiche di guerra di cui ovviamente all’università non ti avevano parlato.

 

Improvvisamente tu, l’archeologo, diventerai il nemico, e tutti gli sguardi e le parole di chi ti sta attorno andranno in una direzione sola: convincerti che hai avuto un’allucinazione, che quel muro non esiste e che “non possiamo perdere tempo”.

 

Ed è lì che cambierai profilo professionale, da archeologo ti trasformerai in PR: in cantiere arriveranno geometri, ingegneri, direttori dei lavori, capisquadra.

 

A tutti andrà spiegato che bisogna allargare l’area di scavo, che bisogna procedere con la pulizia archeologica del settore, che si dovrà rilevare la struttura e che a partire da questo momento tutto fa capo a te.

 

L’unico tuo alleato sarà il funzionario della Soprintendenza che, prontamente avvertito, arriverà in cantiere, farà un sopralluogo e imporrà delle direttive da seguire.

 

Alea iacta est.

 

A questo punto l’andamento umorale della tua giornata dipenderà dalla squadra con cui lavori.

 

Se tutti si dimostreranno collaborativi, alla fine delle ore di cantiere, tornerai a casa stanco ma soddisfatto.

 

Se invece si instaurerà un clima da guerra fredda rincaserai con un pensiero fisso: ma chi me l’ha fatto fare?

 

Antonia Falcone (@antoniafalcone)

Paola Romi (@opuspaulicium)

 

 

Il post è stato scritto per il Day of Archaeology 2014

Qui il link

Traduzione di Domenica Pate (@domenica_pate)

 

 

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  1. […] cosa sia fatta la quotidianità di un archeologo lo raccontano in questo bellissimo articolo qua che inizia […]

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