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Pompei città aperta: #scriptorivm e dintorni

A volte gli esperimenti più arditi vengono realizzati dove meno te lo aspetti.
E così la banalità dei luoghi comuni e la parzialità di una certa informazione appaiono d’improvviso quasi comiche.

 

 

Pompei non è solo una città che crolla.
Pompei non è solo un sito archeologico con enormi problemi e con a capo, in veste di commissario straordinario, un generale.
Pompei non è solo il Grande Progetto.
Pompei è anche #scriptorivm

 

 

Di cosa sto parlando? Di una fantastica esperienza che io, con molti altri, ho vissuto il 19 ed il 20 giugno. A Pompei appunto.
Inutile spiegare come è nata l’iniziativa, vi basta navigare sul sito dell’evento per scoprirlo.

 

 

Io invece vi racconterò cosa e come l’abbiamo fatto ma, soprattutto, con quale spirito.

 

 
Riuniti all’interno dell’Auditorium nell’area archeologica, per due giorni, ci siamo tutti impegnati a produrre, sistemare e trasformare dati aperti utili alla fruizione e allo studio dell’antica città vesuviana.

 
Io per esempio ho lavorato nel gruppo che ha realizzato un “database bibliografico georeferenziato”. Sicuramente questa definizione farà rabbrividire i miei compagni di avventura ma, per capirci, il prodotto della due giorni è stata una pianta digitale della città in cui, cliccando sulle domus o sulle insulae, appare la bibliografia relativa. L’inserimento dati ovviamente è stato solo parziale ma il sistema ormai c’è e “riempirlo” richiederà un lavoro lungo e non certo complicato.

 

 

Altri hanno lavorato alla base cartografica, quella su cui noi abbiamo inserito successivamente i nostri dati e, credetemi, hanno fatto un gran lavoraccio.

 

 

Altri ancora hanno girato Pompei sotto il sole cocente per mappare la città da un punto di vista fotografico. E gli ultimi, che in realtà erano il gruppo I, hanno anche realizzato un bel sito internet sulla Pompei antica e moderna. Con grande attenzione a temi prettamente storico-archeologici, come la mappatura di graffiti ed iscrizioni, ma anche alle tematiche dell’accessibilità.

 

 
Tutto questo è stato possibile non solo grazie all’entusiasmo e alle attitudini dei partecipanti, ma anche alla generosità di chi, in primis il Prof.  Eric Poehler del Pompeii Bibliography & Mapping Project, ha messo volentieri a disposizione di tutti i dati cartografici e bibliografici.

 

 

 

Molto ci sarebbe da dire sugli strumenti e le metodologie usate e io, sinceramente, non è che sia la persona più adatta a farlo.

 

 

 

Posso però raccontarvi l’atmosfera: frizzante, allegra, seria ma spensierata.
Gravida di codici, quote e caffè.
Appesantita, magari a sera, dopo una giornata di lavoro, da meritati fritti e pizza.

 

 

Posso anche raccontarvi chi c’era e ha contribuito con impegno e dedizione alla riuscita dell’evento: archeologi, ingegneri, geomatici, comuni cittadini, economisti, giornalisti, tutti intenti a discutere con la verve e leggerezza di un gruppo di amici, quasi che stessero decidendo la meta delle vacanze, non certo lavorando.

 

 

Posso infine scrivere due righe di riflessione.

 

 
Ma sarà poi vero che le diverse categorie professionali non possono lavorare in sintonia?

Sarà vero che realizzare sistemi innovativi e open è complicato, difficile e dispendioso?

Sarà vero che in archeologia non si può fare innovazione perché i soggetti coinvolti sono sempre troppo legati al “vecchio”?
Sarà vero che per Pompei, per l’Italia e per certe generazioni non c’è speranza di riscatto?

 

 

La risposta a tutte queste ed altre domande è “No, non è vero.

 

 

Bisogna smettere di guardare solo il pezzo di muro che cade e guardare i progetti che, più o meno silenziosamente, crescono.

 

 

E magari anche dare una mano, se si è nella condizione di farlo.

 

Per altri racconti sullo #scriptorium clicca qui

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Di piramidi, tirocini e tweet: beni culturali e la politica dello spot

Sono strani questi giorni tra maggio e giugno per i beni culturali italiani, strani e pieni di notizie e annunci.

 

Provo a fare un riassunto e a proporre qualche riflessione.

 

Il 26 maggio viene inaugurata la mostra “Pompei e l’Europa. 1748-1943”, articolata in due sedi, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e agli scavi di Pompei, e per la quale è stato creato un apposito (e non particolarmente bello, ma questi son gusti personali) sito internet, nonostante la Soprintendenza Speciale per Pompei, Ercolano e Stabia abbia già un bel portale ricco di notizie e approfondimenti. A Pompei la sede scelta è l’anfiteatro, dove più o meno dalla sera alla mattina è comparsa una strana piramide che dovrebbe rappresentare il Vesuvio, ma che lascia perplessa persino la stampa inglese. All’interno, sospesi a mezz’aria su sostegni in metallo quasi fossero opere d’arte contemporanee, venti degli 86 calchi restaurati delle vittime dell’eruzione del 79 d.C., in una scelta espositiva quanto meno di dubbio gusto, figuriamoci definirne il valore storico-scientifico.

 

Il 30 maggio il Ministro Dario Franceschini scrive su Twitter:

 

 

Pochi giorni e viene rivelato che i tirocini, finanziati dal Fondo 1000 giovani, saranno rivolti a laureati di età inferiore ai 29 anni e avranno un compenso lordo di 1000 Euro al mese, che in tempo di crisi non sono male. E poi sono sei mesi a Pompei. Come esperienza dopo la laurea, vuoi mettere?

 

Il 2 giugno in occasione della Festa della Repubblica, viene ufficialmente annunciata una notizia che circolava già da qualche giorno: dal 23 giugno il Quirinale sarà aperto cinque giorni su sette e non più solo la domenica, con due percorsi di visita da prenotare online con almeno sei giorni di anticipo e la possibilità di usufruire di una guida, che sarà affidata a volontari del Touring Club e studenti de La Sapienza, anche loro volontari. Oltre a prevedere il divieto di introduzione di oggetti contundenti, zaini ingombranti e apparecchi fotografici (come la mettiamo con gli smartphone? ), le nuove regole escludono le guide abilitate, che non potranno più accompagnare gruppi di visitatori, ma entrare solo come privati cittadini. Naturalmente, la protesta, su Twitter, non si è fatta aspettare.

 

Lo scorso mercoledì 3 giugno, l’ANSA fa sapere che dopo i Pink Floyd saranno i ragazzi de Il Volo, fenomeno mondiale e vincitori dell’ultimo Festival di Sanremo, il secondo gruppo musicale ad esibirsi negli scavi Pompei, dove la prossima settimana registreranno uno speciale per la TV americana PBS, perché si sa, i luoghi comuni sull’Italia e l’italianità son duri a morire e ogni tanto è il caso di riproporli.

 

Lo stesso giorno, ma in serata, così c’è stato tempo di digerire meglio la prima notizia, arriva un altro annuncio via Twitter del Ministro Franceschini e per un momento, lo confesso, ho pensato (e forse sperato) che fosse il risultato di una violazione di account.

 


L’ironia è davvero troppo facile, e del resto, se c’è qualcosa che noi italiani abbiamo in sovrabbondanza, è proprio quella (questa è la mia risposta preferita).

 

Infine venerdì (il 5 giugno), il Ministro ha fatto sapere che l’idea di cui si era molto parlato quest’autunno, quella di ricostruire l’arena del Colosseo, ispirata da Daniele Manacorda, diventerà realtà: il bando sarà internazionale e secondo le previsioni i lavori dureranno 5 anni e saranno finanziati per circa 20 milioni di euro, la gran parte dei quali fondi pubblici. Nel frattempo, quasi a dare un’assaggio di quel che verrà, è stato ricostruito e verrà presto inserito nel percorso di visita al pubblico, uno dei 28 montacarichi che trasportavano gli animali feroci nell’arena. Una bella storia di archeologia sperimentale questa, nata quasi per caso due anni fa, quando la Providence Pictures, casa di produzione americana, propose la ricostruzione del montacarichi per il documentario Colosseum-Roman death trap del regista Gary Glassman, assumendosi i costi dell’intera operazione (qui il comunicato stampa del MiBACT).

 

Tante notizie, insomma, in questi giorni che scivolano lentamente verso l’estate, che toccano alcuni dei luoghi più rappresentativi del patrimonio culturale italiano, e che, al di là dei contenuti specifici, mettono in luce, se mai ce ne fosse bisogno, che la politica culturale in Italia si fonda ormai su due linee d’azione.

 

Da un lato “grandi eventi spot”, su cui riversare tanti bei soldi, spesso pubblici, ma anche, sempre più di frequente, privati, il che non è affatto una cattiva notizia, almeno a mio modo di vedere, purché i termini siano chiari e si tenga presente il valore intrinseco del bene su cui si va ad intervenire. Essendo “spot”, però, tali interventi tendono spesso a riguardare pochi monumenti ben noti, assurti a simbolo del nostro paese (“il Colosseo nella sua grandiosità è simbolo non soltanto di Roma ma di tutta l’Italia”, dice Franceschini nell’annunciare il progetto dell’arena), mentre tanti luoghi storici e aree archeologiche versano nelle condizioni che tutti conosciamo. A volte, come la futura Biblioteca Nazionale degli Inediti (Sarà un luogo fisico? Dove nascerà? Chi deciderà quali libri conservarci? I miei diari di adolescente saranno accettati?) o la strana mostra dell’anfiteatro di Pompei, i risultati di certe operazioni sono talmente fuori dal mondo e dalla logica che l’unica reazione è questa qua.

 

La logica dei grandi eventi, è anche la logica dei grandi numeri, e così, sempre il ministro Franceschini e sempre su Twitter, sbandiera, ad esempio, “i numeri da capogiro”, dei visitatori degli scavi di Pompei, della Reggia di Caserta e del Colosseo durante l’appuntamento mensile della #DomenicalMuseo, tanto numerosi da mettere a rischio persino l’integrità stessa dei luoghi, letteralmente assaliti da migliaia di persone. Ma siamo sicuri che grandi folle siano sinonimi di “successo”? E che sia questo tipo di successo quello di cui il nostro patrimonio culturale e noi italiani abbiamo bisogno?

 

Dall’altro lato, e sembra quasi un controsenso ma non lo è se la logica che ti guida è lo “spot”, si punta chiaramente al risparmio sulle professionalità.

 

Così il volontario sostituisce il professionista e i fondi a disposizione sono usati per assunzioni anch’esse, in fondo, un po’ “spot”, perché un tirocinio di sei mesi, benché retribuito, non è lavoro, e perché con la frequenza con cui queste forme di lavoro vengono proposte esse diventano a tutti gli effetti una soluzione reiterata di reclutamento a basso costo.

 

Niente di nuovo sotto il sole, davvero, ma il tutto si tinge di un po’ di amarezza, se, alla fine di una nuova presentazione del libro Archeostorie (giovedì scorso a Cosenza, in una bella mattinata piena di spunti e di sano ottimismo), ti ritrovi a parlare con un piccolo gruppo di archeologi che ti rivelano di “aver mollato” o che ricordano colleghi, validi e preparati, che “non ce la facevano più”, che hanno “ripiegato” su altro e ora non fanno più gli archeologi.

 

Quante storie così conosciamo?

 

La domanda, alla fine, è sempre la stessa.

 

Cosa vogliamo farci, noi, con i nostri beni culturali?

 

Vogliamo che siano petrolio, che mette in moto e brucia e si consuma (e inquina)? Perché politica dello spot per me significa questo: è l’inseguire una visibilità che si spera si traduca in ricaduta e sviluppo economico ma che non lo farà perché dietro manca una progettualità coerente.

 

Oppure vogliamo che il nostro patrimonio culturale sia humus, da proteggere e conservare, sì, ma anche da studiare e conoscere, da valorizzare e grazie al quale costruire nuova cultura, nuovo sviluppo sostenibile, comunità vere radicate nel territorio? 

 

E su cosa vogliamo puntare se non sulle persone, sulle competenze, sull’innovazione, sulla creatività, sulla loro passione?

 

Io la mia risposta ce l’ho, ma devo dirlo, certe volte, non è per niente facile.

 

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Online il Portale della Trasparenza del Grande Progetto Pompei

 

È online da questa mattina il Portale della Trasparenza del Grande Progetto Pompei (GPP), che rende disponibili tutti i dati finanziari relativi ai venti appalti finora banditi dalla Direzione Generale del GPP per il restauro e la manutenzione della città antica, per un totale che al momento ammonta a circa 30 milioni di Euro.

 

Il portale è ancora un prototipo, ma è un risultato importante perché offre al grande pubblico informazioni su come viene mantenuto e protetto uno dei siti archeologici più famosi e preziosi del mondo, estremamente presente nell’immaginario collettivo e patrimonio dell’umanità.

 

Ed è proprio la collettività uno degli elementi portanti di questo progetto, perché “se ci sono abbastanza occhi a guardare, tutti gli errori vengono a galla”, e non a caso i cittadini sono invitati ad inviare idee e suggerimenti sul come migliorare il portale stesso, nella prospettiva di una gestione partecipata del sito archeologico.

 

Lo scopo di OpenPompei, infatti, un progetto parallelo al GPP, è proprio quello della promozione di un nuovo modello di gestione del patrimonio culturale incentrato sulla trasparenza e sulla partecipazione.

 

Si tratta di un vero e proprio percorso che “si propone di aprire un canale di comunicazione tra i soggetti che vengono emergendo nell’era digitale – innovatori sociali, attivisti, hackers, startuppers – e lo Stato italiano” ed in virtù di questo ha voluto coinvolgere professionisti dai profili diversi aprendosi anche a contributi esterni e creando una piazza di discussione intorno al tema degli open data e della partecipata attiva dei cittadini (oltre un anno fa, anche noi di PA prendemmo parte a questa discussione con un post realizzato in collaborazione con Valeria Boi).

 

La speranza è di vedere pubblicati in futuro nuovi dati, anche di natura archeologica (piante, rilievi, ricostruzioni virtuali, foto, mappe di rischio, ecc.), che saranno spendibili non solo dalla comunità scientifica italiana ed internazionale, ma potranno dar vita anche a nuovi strumenti di promozione e valorizzazione di Pompei e del territorio campano.

 

Nel frattempo, Pompei si apre a Wiki Loves Monuments, il più grande concorso fotografico del mondo dedicato ai beni culturali, giunto quest’anno alla sua terza edizione nel nostro paese.

 

Il lavoro da fare è ancora tanto, non solo a Pompei ma più in generale nel mondo dei beni culturali, ma i risultati finora raggiunti sono davvero molto incoraggianti.

 

Ben fatto dunque al team di OpenPompei, e buon lavoro a tutti!

 

 

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#Pompei from the British Museum

Perchè il documentario del British Museum su Pompei ed Ercolano ha fatto il pieno di incassi anche in Italia?

 

Secondo noi la chiave del suo successo non è solo da ricercare nella bontà del prodotto, ma anche in altri due elementi:  il felice battage pubblicitario messo in piedi dal British Museum, grazie al quale la mostra si è trasformata in un vero e proprio evento mediatico, e il fatto che la vita delle due antiche città vesuviane viene raccontata con leggerezza ed entusiasmo da parte di curatori ed esperti.

 

Abbiamo visto #Pompei il 26 novembre e, appena uscite dal cinema, ci siamo armate di smartphone e birre per dirvi la nostra.

 

Archaeology ? Take it easy!

 

(Il tutto è homemade, quindi contiamo sulla vostra comprensione!)

 

#Pompei from the British Museum: Executive Editor Tim Plyming, Executive Producer and Live Director John Rooney, Executive Producer and Writer. 90 minutes. Featuring Peter Snow, Bettany Hughes, Neil MacGregor, Paul Roberts, Mary Beard, Andrew Wallace-Hadrill, Giorgio Locatelli and Rachel de Thame.

 

Su twitter: #pompeiilive

 

Life and death in Pompeii and Herculaneum: app ufficiale

#pompei

#Pompei 2013 d.C.

Nell’ultima settimana la stampa ha dedicato ampio spazio al dibattito su Pompei: tra l’ennesimo crollo e la proposta di un supermanager, legato alle banche, la community ha voluto dire la sua. E qualcuno ha ricordato l’evento cinematografico del British Museum.

 

Qui trovate lo storify #Pompei 2013 d.C.

 

E’ del 4 novembre, a tre anni esatti dal cedimento della Schola Armaturarum, il crollo della porzione di un setto murario di una domus in Via dell’Abbondanza (casa numero 21 dell’Insula V – Regione VIII). E purtroppo, come ormai accade di frequente negli ultimi anni, il nome di Pompei, almeno in Italia, è legato a crolli, scarsa manutenzione e all’idea di un disastro annunciato.

 

Tutto questo avviene mentre la politica arranca e non riesce a sciogliere i nodi delle nomine: ancora non è stato designato il direttore generale di progetto, al quale dovrà affiancarsi un vicedg vicario. Nell’ultima settimana, un articolo del Sole24ore, ha rivelato che il nome che circola per la carica è quello di Giuseppe Scognamiglio, economista-diplomatico nonchè Vicepresidente di Unicredit.

Una nomina chiaramente politica, che nulla ha a che fare con l’archeologia, la tutela e la valorizzazione.

 

A Pompei ne sono passati tanti: “Episodi recenti di manager-salva-tutto destano allarme. Nel novembre 2008 l’allora Direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale Mario Resca, ex manager di McDonald’s Italia imposto al vertice del MiBAC da Silvio Berlusconi, formulò una proposta che gli guadagnò i sarcasmi della stampa anglosassone. A suo avviso Pompei avrebbe dovuto costituire il set per spettacolari operazioni di lancio di prodotti delle multinazionali dell’elettronica. L’ultimo plenipotenziario di Pompei, Marcello Fiori, è finito sotto inchiesta per truffa e frode connessi ai lavori di restauro” (fonte Huffington Post)

 

 

E mentre da noi si discute (inutilmente), il British Museum agisce, con mirate strategie di valorizzazione e comunicazione: oltre alla mostra sold-out su Pompei ed Ercolano (sponsorizzata da Goldman Sachs), il museo britannico ha prodotto un film-evento che racconta la vita degli abitanti delle città vesuviane al momento dell’eruzione del Vesuvio.

 

Pompei arriva anche in Italia (25-26 novembre)  e noi di Professione Archeologo andremo a vederlo. Presto la recensione!

 

 

 

 

Pompei, SOS dell'Unesco

SOS Pompei

E’ notizia di pochi giorni fa l’inserimento di 12 ville e due giardini medicei nella lista dei monumenti dichiarati patrimonio mondiale dell’umanità dal comitato di valutazione Unesco. Ma purtroppo, dalla Cambogia, dove sono riuniti i 21 membri Unesco, non arrivano solo buone notizie per l’Italia.

 

Eh già, perchè, se da un lato il patrimonio rinascimentale mediceo viene riconosciuto come esempio di “un innovativo sistema di costruzione rurale in armonia con la natura” configuratosi nel tempo come “modello per la costruzione di residenze principesche in Italia e in Europa”, dall’altro ci sono brutte avvisaglie per un altro sito Unesco, cioè Pompei.

 

Ricordiamo che gli ispettori Unesco, tra dicembre 2012 e febbraio 2013, hanno visitato l’area archeologica e il rapporto successivo all’ispezione è quanto mai deprimente: di 73 domus visitate, 50 sono chiuse al pubblico; molte di queste risultano in pessimo stato di conservazione, sotto l’attacco di umidità e incuria.
Le osservazioni degli ispettori sono confluite quindi in un rapporto in cui si esprime profonda preoccupazione per i crolli che hanno avuto luogo nella città vesuviana, sottolineando il timore che altri cedimenti possano compromettere le case pompeiane e spiegando che “la mancanza di addetti al sito, soprattutto di tecnici, è diventata allarmante per la manutenzione quotidiana”.

 

Un altro punto critico risiede nella rilevata mancanza di un “management plan”, il piano di gestione relativo alle aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Oplontis, indispensabile per il permanere nella lista dei “siti patrimonio dell’umanità”.

 

Nonostante queste problematiche il comitato Unesco ha deciso di rimandare di due anni un’eventuale iscrizione del sito archeologico di Pompei nell’elenco dei “siti in pericolo”, continuando nel frattempo l’attività di monitoraggio delle attività di manutenzione e conservazione dell’area.

 

Rimane una sensazione di profonda amarezza e rammarico, oltre che una tacita rabbia, di fronte alla eclatante ammissione di incapacità del nostro Paese di tutelare, conservare e valorizzare il sito che tutto il mondo ci invidia.

 

O forse dovremmo dire ci invidiava?

 

Per approfondire:

 

Rapporto Unesco (disponibile anche per il download)

 

Pompei, attenti alla black list Unesco

 

Crolli e degrado: il sopralluogo Unesco a Pompei (e il baratro del turismo in Campania)

 

Gli ultimi giorni di Pompei. Il sito nel mirino dell’Unesco

 

Dossier choc: domus a pezzi