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EAAGla, European association of archaeologists XXI annual meeting, Glasgow

Dalla Scozia con furore: cosa porto a casa da #EAAGla

Due settimane fa a quest’ora ero seduta in fondo ad un Lecture Theatre di uno dei moderni edifici della parte nuova dell’Università di Glasgow e ascoltavo la professoressa Anita Synnestvedt, dell’Università di Gothenburgh, leggere ad alta voce il contenuto di alcuni post-it. Li aveva fatti circolare poco prima in platea e tutti i partecipanti vi avevano scritto la loro risposta alla domanda “cosa c’è nella tua personale valigia del ‘patrimonio’?”.

 

Si parlava di insegnamento ed archeologia in una sessione sulla sostenibilità della nostra disciplina, intesa non solo e non tanto come sostenibilità economica, ma soprattutto sociale. Se c’è infatti una cosa da cui l’archeologia non può prescindere è il suo essere sociale, pubblica, e quindi rilevante per il mondo odierno.

 

Questa è una delle due più grandi lezioni (o meglio, reminders) che mi porto dietro da Glasgow, dove per Professione Archeologo ho partecipato al XXI incontro annuale dell’Associazione Europea degli Archeologi, hashtag ufficiale #EAAGla: qualcosa come 2.500 archeologi da tutto il mondo, sette temi e oltre 180 tra sessioni, tavole rotonde e workshop per confrontarsi sull’archeologia contemporanea.

 

Il secondo reminder che porto a casa con me è che, se esistono tante archeologie e molteplici modi di fare archeologia, è vero però che alla fine facciamo tutti lo stesso bellissimo lavoro, pur in contesti e a latitutini diverse.
Questa sensazione mi ha accompagnata per tutta la durata della conferenza, il primo evento di questa portata a cui ho partecipato.

 

Nell’ordine ho: rivisto vecchi amici, incontrato per la prima volta persone che conoscevo solo virtualmente su Twitter o Facebook e ascoltato tante storie di archeologi, dai loro paper all’interno di una sessione alle chiacchiere davanti a un poster o ad uno stand espositivo (grazie, a proposito, ai ragazzi di San Quirico Archeologia, unici espositori italiani alla conferenza, che è stato un piacere incontrare dal vivo).

 

Non sono mancate le cene in compagnia (sennò che archeologi saremmo?), come quella in un locale con una collezione di videogiochi anni ’90 (non giocavo a Mortal Combat da quando avevo 16 anni! Ho perso, ma mi son battuta con onore).

 

Tanti sono stati gli archeologi conosciuti per caso, ‘pescati’ qua e là negli spazi comuni mentre davo una mano Tristin Boyle, dell’Archaeology Podcast Network, e Lisa Catto che stavano realizzando delle interviste per documentare la conferenza – eh sì,dopo essere stata io stessa pizzicata per una breve intervista, ho finito per essere coinvolta.

 

L’archeologia come realtà multiforme e sfaccettata viene fuori prepotentemente in eventi come questo. E ogni nuovo progetto, scavo, ricerca che un archeologo racconta mi ricorda improvvisamente che l’archeologia non è solo un lavoro (bè, quello che a volte è un lavoro, di archeologi che si arrangiano facendo altro nella vita ce ne sono fin troppi), ma è anche entusiasmo e voglia di mettersi in gioco, è conoscere il passato per vivere il presente mentre si costruisce il futuro.

 

È anche per portare quest’entusiasmo fuori dalla sola cerchia di archeologi che scrivo su questo blog.

 

Ed è proprio il lavoro che con la PA crew facciamo quotidianamente sulle pagine e sui canali social di Professione Archeologo che mi ha fatto volare a Glasgow.

 

It belongs on the internet – Communicating Archaeology Online, è il titolo della sessione cui ho preso parte. La sessione è stata una piccola rivelazione per tanti motivi e non solo perché era l’unica ad avere free cake su uno dei tavoli all’ingresso.

 

Partito con un’introduzione dell’organizzatore Tristin Boyle che ha proposto un mashup di vecchi promo degli albori di internet e foto di Indiana Jones (c’era modo migliore di cominciare?), il pomeriggio è proseguito con una serie di esempi di comunicazione e promozione del patrimonio archeologico da tutta Europa, più o meno riusciti, talvolta involontari o inaspettati, come nello strano caso del cono stradale sulla statua equestre del duca di Wellington.

 

Promozione e valorizzazione che hanno trovato nel web uno strumento prorompente e irrinunciabile (qui potete leggere alcuni tweet dei partecipanti e dell’efficiente social media team della conferenza).

 

Digital Public Archaeology in Italy: what is changing and why it is important, era il titolo dell’intervento di Professione Archeologo.

 

Abbiamo ripercorso a grandi linee lo sviluppo della comunicazione online dell’archeologia in Italia negli ultimi due anni, a partire da un ottimo articolo di Marina Lo Blundo di inizio 2013, e selezionando i passaggi chiave di un percorso complesso, in continua evoluzione, fatto di tante piccole storie e di tanti protagonisti.

 

Stiamo lavorando alla realizzazione dell’articolo da pubblicare il prima possibile in modalità open, ma nel frattempo trovate su slideshare il PowerPoint dell’intervento, mentre cliccando sulla foto qui sotto accederete all’album Flickr in cui sono raccolte alcune delle fotografie fatte durante la conferenza.

 

XXI incontro annuale EAA

Professione Archeologo al XXI Incontro Annuale dell'European Association of Archaeologists, Glasgow 2015

 

@domenica_pate

 

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Archeologi: “quelli che hanno solo interesse a scavare e pubblicare per motivi di carriera”.

Che tu stia lavorando da archeologo o che tu abbia smesso di fare l’archeologo con tanto di scarponcini zozzi di terra, scommettiamo che quasi ogni mattina ti alzi con alcuni perché in testa. Come noi. Non cose che hanno a che fare con la vita, la morte e i grandi quesiti dell’umanità. No, cose più terra terra. Appunto.

 

Perché non riusciamo a farci capire? Perché noi archeologi siamo belli e fighi su uno schermo cinematografico o nei videogame e invece siamo brutti e cattivi quando svolgiamo il nostro lavoro?

 

Certo il physique du rôle dei figaccioni non ce l’abbiamo proprio: sudati in estate e infreddoliti con le labbra screpolate in inverno, quasi sempre spettinati e con la testa fra le nuvole a numerare strati e muri. E va bene. Su questo c’avete ragione.

 

Però tutto sommato siamo persone (più o meno) normali: studiamo molti anni, facciamo gavetta sui cantieri universitari, mandiamo curriculum, lavoriamo 8 ore al giorno e portiamo a casa la pagnotta (non tutti i mesi e non sempre la pagnotta basta, ma tant’è). Così ci riconosciamo tra noi, questo è quello che vediamo uno nell’altro quando ci ritroviamo tra archeologi.

 

E se da un lato c’è tanta curiosità nei confronti del nostro lavoro, se frasi come “wow, anche io avrei sempre voluto fare l’archeologo,” ci sono piuttosto familiari, ce ne sono tante altre che tornano costanti, riferite alla nostra categoria. E non sono belle.

 

Così, noi archeologi, spesso siamo “quelli che bloccano i lavori”, “quelli che stanno sempre in mezzo ai piedi sui cantieri”, “quelli che non si capisce di cosa parlano”, “quelli che non vogliono ammettere che gli alieni stavano un pezzo avanti a egiziani e ingegneri romani”, quelli che… “ma per quattro sassi fate sempre un casino!

 

A questo breviario di definizioni dell’”archeologo” ne mancava giustappunto una: “quelli che hanno solo interesse a scavare e pubblicare per motivi di carriera”.

 

Vi sfidiamo. Se siete archeologi la prima cosa che avete pensato è “carriera, ma che davvero?”

 

Stavolta da chi giungono gli ennesimi strali? Dal presidente di una fondazione sarda. Che sembra sia formata da volontari.

 

E qui è il momento in cui alzate lo sguardo dallo schermo e fate quella faccia un po’ così, con le sopracciglia aggrottate a descrivere la domanda: “ancora?”

 

E sì, ancora.

 

Ora, non è che noi siamo contrari all’impiego del tempo libero in azioni filantropiche, però possiamo dirlo che nel nostro campo e nei musei se ne sta facendo un uso disinvolto e davvero poco lungimirante?

 

Che i volontari dicessero che quelli “fuori posto” e in qualche modo “dannosi” in un contesto archeologico siano gli archeologi, però, oggettivamente, le supera tutte.

 

Ora, facciamo un passo indietro e torniamo al VIA.

 

Questo regalino, fastidioso come il carbone, è arrivato, il giorno della Befana, dalla Sardegna.

 

Pochi giorni fa, infatti, Antonello Gregorini, portavoce di Nurnet – La Rete Dei Nuraghi, Fondazione di Partecipazione sarda nata con lo scopo di promuovere “la cultura del periodo in cui sull’Isola svilupparono le civiltà pre e nuragica” , che ha assicurato la vigilanza del sito di Mont’e Prama (Cabras, Sardegna) durante le feste natalizie, avrebbe sostenuto che “sarebbe folle lasciare questo tesoro nelle mani degli archeologi, che hanno solo interesse a scavare e pubblicare per motivi di carriera”.

 

L’articolo continua:

 

Ma non vogliamo sostituirci agli archeologi nel lavoro di scavo, il nostro è solo un progetto di marketing“” ha spiegato a un centinaio di persone arrivate un po’ da tutta la Sardegna per partecipare all’assemblea pubblica convocata proprio a Mont’e Prama per raccontare quello che, secondo Nurnet, dovrà essere il futuro del sito. “Mont’e Prama – ha sottolineato Gregorini – è un patrimonio di tutti i sardi e vogliamo che sia trattato da una classe dirigente capace di trarne il massimo profitto in termini di cultura, lavoro e visibilità per tutta la Sardegna”.

 

La prima cosa che ci viene da dire è che, a ben guardare, “il tesoro” di cui parla Gregorini, se gli archeologi non l’avessero scavato, non ci sarebbe stato proprio. E inoltre pubblicare una scoperta non è una scelta o un’attività ludica, bensì un dovere. Sembra lapalissiano ma evidentemente deve essere ribadito.

 

Soprattutto, però, quello che salta agli occhi è che gli archeologi sono ancora una volta considerati buoni solo a scavare.

 

E passata la prima indignazione, questo deve farci riflettere.

 

Dall’esterno la nostra professione sembra una cariatide monolitica immobile e polverosa, ma non è esattamente così: la statua, come il Leviatano di Hobbes, è fatta di tante persone, foriere di diversi caratteri, interessi, capacità ed energie. Che poi la testa del gigante fatichi a guardare verso il futuro e i comuni mortali spesso è vero, ma non per questo è lecito condannare tutto il corpo.

 

Se addirittura si arriva a sostenere che “sarebbe una follia” mettere nelle mani degli archeologi il lavoro di valorizzazione di un sito archeologico, è forse giunto il momento, anche per noi, di fare autocritica.

 

Allora, la prima domanda è: siamo davvero in grado di comunicare all’esterno chi siamo, cosa facciamo e soprattutto perché?

 

La risposta, chiaramente, è “no”, o comunque “non sempre”.  Sono diverse ormai le realtà in Italia in cui ricerca e comunicazione della ricerca vanno di pari passo,  ma non basta, non è ancora prassi comune e deve diventarlo se vogliamo che il nostro lavoro sia rilevante per la società in cui viviamo.

 

La seconda domanda, forse ancora più importante, è: siamo pronti ad occuparci di valorizzazione dei beni culturali, uscendo da logiche che potremmo definire “da primo novecento”? Siamo disposti a rinnovare profondamente il rapporto tra bene culturale e pubblico?

 

La risposta è “non ancora”, ma ci stiamo lavorando.

 

La questione però non finisce qui.

 

Nell’articolo il portavoce di Nurnet cita la classe dirigente e non sbaglia. La fondazione si è fatta carico di assicurare il servizio di guardiania durante il periodo festivo quando il sito, sembra, era stato lasciato senza sorveglianza. E questo dopo immani polemiche su mancanza di fondi, competenze e beghe burocratiche (vedi box sotto con link di approfondimento).

 

Il problema, insomma, è molto più che una bagarre tra volontari, che meritoriamente si sostituiscono a quella che sentono come una mancanza da parte degli organismi competenti, e archeologi. Il problema è, ancora una volta, culturale e politico.

 

L’abbiamo detto e lo diremo ancora: non si può pretendere di usare i beni culturali come “volano della ripresa economica” con investimenti minimi, provvedimenti placebo e restauri eclatanti fatti giusto per onorare l’articolo 9 della Costituzione.

 

Finché la politica culturale di questo paese rimarrà ancorata alle logiche del “a costo zero”, senza un serio investimento (non solo in termini economici) ed una progettualità sul lungo termine, troveremo sempre associazioni di appassionati cittadini che sono disposti a spendere il proprio tempo in nome di una rinascita culturale della loro terra. Il loro impegno è lodevole e benvenuto, ma non può e non deve sostituirsi alle istituzioni, ai professionisti, e a chi ha il dovere di gestire e rendere fruibile il patrimonio culturale dello stato.

 

E no, “non ci sono fondi” non è più una scusa accettabile.

 

*

 

Per approfondire

 

La questione Mont’e Prama è molto complessa. Non siamo esperte di archeologia sarda, non conosciamo le dinamiche e le problematiche della valorizzazione di questo particolare sito, però in rete ci sono diversi articoli e post interessanti. Ne abbiamo raccolto alcuni che pensiamo possano aiutare a chiarirsi un po’ le idee.

 

– Il sito della Fondazione: www.nurnet.it

– La pagina FB che cerca volontari per la guardiania al sito archeologico.

 

Sul sito e la mancanza di sorveglianza:

 

Mont’e Prama, vigilanza rafforzata Restauro con i soldi dei privati

Mont’e Prama, archeologo Zucca: “Abbiamo pagato vigilanza scavi. Ma rischiamo posto”

L’assessore Claudia Firino su Mont’e Prama: “Vigilanza attualmente garantita dal Corpo Forestale”

Rassegna stampa a cura dell’Università di Cagliari del giorno 29 dicembre 2014  (articoli 3 e 5)

 

 Mont’e Prama, i volontari e politica culturale

 

Volontariato e beni culturali: cosa insegna il caso Mont’e Prama (ma che accademici e politici si rifiutano di capire)

Essenzialismi culturali, populismo e progetti politici opachi

Antonello Gregorini: gli avvoltoi di Nurnet

 

 

People attending a Congress

Un sogno realizzabile: Riccardo III ci salverà (da leparoleinarcheologia.it)

Di Riccardo III sì è parlato e si continua a parlare. Merito della grande rilevanza della scoperta, ma non solo:

 

 

Non avrei voluto partecipare alle operazioni di scavo archeologico avvenute (o forse sì?) e non avrei voluto essere parte del team di ricerca (o forse sì?). Avrei voluto ideare, progettare e realizzare l’aspetto comunicativo del progetto.

 

La folgorazione l’ho avuta quando davanti ai miei occhi è apparso il piano comunicativo dell’ULAS (University of Leicester Archaeological Services) diventato realtà. Inoltre la suddetta folgorazione è stata, per così dire, ‘progressiva’: ad ogni click e ad ogni scroll mi toccava trattenere un “wow!”.

 

Il sito dedicato (http://www.le.ac.uk/richardiii/) è comune nell’aspetto (layout, se vogliamo usare tecnicismi) ma straordinario nei contenuti.

 

continua.

 

 

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Non aprite quella porta (dal blog passato e futuro)

Ogni indagine archeologica sul campo lascia in eredità la sfida di ricostruire e capire. Ma anche di narrare, perché è difficile, per non dire impossibile, capire qualcosa se non si prova a spiegarla e a raccontarla.

Spesso invece accade che, quando si riesce a pubblicare i risultati di una ricerca, lo si fa prioritariamente (per non dire esclusivamente) per la comunità scientifica: per quelli che con un’espressione che sembra mutuata acriticamente dal lessico di gestione di una centrale termonucleare si definiscono “gli addetti ai lavori”.

Poi, se va bene, “se avanza tempo” e “se ci sono le risorse”, si potrà pensare a “comunicare” o “divulgare” all’interno di una operazione dai tratti spesso sfumati che perlopiù viene frettolosamente demandata alla vaga promessa della “valorizzazione”…

continua

The press gather for the King Richard III announcement

Re Riccardo III era il sogno di ogni giornalista, ma lo scalpore ha attirato molte critiche (da The Guardian, 22/02/2013)

Interessante riflessione sulla comunicazione in archeologia, con riferimento al recente caso del ritrovamento dello scheletro di Riccardo III. L’eccezionalità del rinvenimento ha suscitato le polemiche di una parte della comunità scientifica archeologica inglese per il modo in cui la notizia è stata comunicata alla stampa, ma era possibile non divulgare una scoperta di tale importanza prima della valutazione da parte del resto della comunità scientifica?

 

Un consiglio di molto tempo fa da parte di un saggio editore quando ero ancora un reporter alle prime armi in un quotidiano mi è stato recentemente molto utile. Stavo pianificando sla trategia di comunicazione per quella che è stata descritta come una delle maggiori scoperte archeologiche degli ultimi tempi: la scoperta di re Riccardo III.

Le sue parole erano, semplicemente: “Racconta la storia così com’è.”

 

continua