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Archeologia

Ritorno (all’archeologia)

Da qualche settimana vivo in Inghilterra e tra adempimenti burocratici e il nuovo lavoro, inizio solo adesso a ritrovare una certa normalità. E il tempo di tornare a scrivere, finalmente! Eccomi quindi con un post che non saprei definire se non “personale”. Il personale racconto dell’inizio di una nuova avventura.

Il racconto, anche, di un ritorno, il ritorno all’archeologia.

Eh sì, perché la novità, nonché il motivo per cui mi sono trasferita in UK, è che qui faccio l’archeologa da campo. D’assalto, sembra certe volte, perché i ritmi sono intensi nell’archeologia commerciale inglese, quella che in Italia definiamo archeologia preventiva.

Scriverò più in là di come funzionano qui le cose, le differenze rispetto all’Italia (che sono tante e saltano agli occhi ben prima di mettere piede in cantiere), ma quello su cui riflettevo in questo fine settimana appena passato, che si è come messo a fuoco dopo la domanda di una collega e che voglio condividere con voi, è la sensazione di essere tornata esattamente dove volevo essere: alla terra, agli strati, ai tagli, ai riempimenti, alla fatica fisica del lavoro sul campo e alla fatica intellettuale di leggere quello che la terra racconta.

(Tra parentesi, la riconoscete subito quella fatica: si manifesta nella posizione tipica dell’archeologo, in piedi o accovacciato davanti alla sua US, testa un po’ piegata sul lato, sopracciglia aggrottate e faccia a punto interrogativo).

Ora, esistono tanti tipi di archeologi e tante diverse archeologie, ma ho sempre amato scavare, fin dalla prima volta, un bel po’ di anni fa. Ho preso parte a diverse campagne di scavo da allora, ma nel complesso non ho avuto molta esperienza, non in confronto a tanti colleghi. L’ho sempre avvertita come una mancanza, ma si sa, la vita segue il suo corso e non sempre riusciamo a fare quello che ci piacerebbe.

Così, finita la scuola di specializzazione e mandati alcuni CV che non hanno per la maggior parte avuto risposta, ci ho messo una pietra sopra.

L’ho fatto senza molto crucciarmi per la verità.

Nel mio futuro ci sarebbe stata l’archeologia sul campo oppure no, non era un problema.

Nel frattempo avrei continuato a studiare, a fare ricerca, a scrivere.

Questo blog e tutto ciò che da queste pagine è nato, gli articoli, le conferenze, le collaborazioni, le conoscenze nate sui social e diventate amicizie nel mondo reale, sono una buona testimonianza di com’è andata.

Ed è andata bene, devo dire, anzi più che bene, ma è stato anche il lento consolidarsi di una realizzazione che avevo avuto anni fa, quando stavo per laurearmi per la seconda volta e mi chiedevo se fosse davvero il caso di proseguire gli studi (specializzazione, dottorato?).

Ho scelto gli studi, alla fine, ma quella consapevolezza è rimasta e forse, con lei, un po’ di pessimismo: non sarei mai riuscita a mantenermi con l’archeologia.

“Vattene all’estero” mi è stato detto tante volte. Come se fosse facile, pensavo.

Quando ho fatto domanda per questo lavoro, l’ho fatto perché era una buona occasione, ma ero anche giunta ad una decisione.

L’archeologia, d’ora in poi, sarà per me solo quella social.

Basta mandare domande, aspettare risposte, fare colloqui.

Appendo la trowel al proverbiale chiodo.

Poi, un lunedì pomeriggio di fine febbraio, ho ricevuto l’offerta di lavoro.

Da allora sono state settimane da pazzi, passate tra aeroporti, notti al pc e code in uffici, impegnate a potare a termine gli impegni precedenti (non sempre ci sono riuscita) e a prepararmi per la partenza.

Poi l’arrivo qui. Altri giorni da pazzi.

L’inizio del lavoro, un nuovo ritmo a cui abituarsi, tante cose da imparare, molte altre in cui riprendere la mano dopo anni di assenza dai cantieri.

L’impatto con l’archeologia commerciale inglese è stato duro com’è dura la terra da queste parti quando non piove per tre giorni.

Non al punto da farmi pensare “cosa ci sono venuta a fare qui?” (sono calabrese, se c’è una cosa che non mi manca è la testardaggine), ma duro abbastanza da farmi rimboccare le maniche e dire “ok, ricominciamo”.

Mi ha aiutato il fatto di aver incontrato persone che non sono solo brave nel loro lavoro, ma sono attente a chi hanno davanti. Qualcuno mi ha “adottato”, non c’è davvero termine più adatto, e questo ha reso le cose più facili.

Poi venerdì scorso, mentre portavamo gli ultimi attrezzi dal sito verso il container dove vengono riposti alla fine di ogni settimana, una collega, anche lei straniera, qui da alcuni mesi, mi pone una domanda, quella di cui parlavo all’inizio del post.

“Are you happy, here?”

Sei felice, qui?

Ci ho pensato un momento.

Ho risposto di sì.

Il ritorno alla terra non è stato facile e sono solo le prime settimane, ma sì, è stato un ritorno felice.

E non è la sorpresa di trovare un frammento di ceramica romana o un teschio animale pressoché integro. Non è la curiosità del barista del pub sotto casa che mi vede vestita in abiti da lavoro e mi chiede “cosa avete trovato oggi?”. Non è nemmeno il viaggio in minivan con musica anni ’90 sparata a tutto volume o le chiacchiere con i colleghi durante le pause o dopo il lavoro.

È la sensazione di essere tornata alle origini, alle basi del lavoro di archeologo, al rapporto con la terra, alla ricostruzione del passato lì dove essa ha inizio.

Non sono una romantica del lavoro. Sono consapevole di essere parte di un ingranaggio in un progetto enorme che ha ritmi serrati.

Però concordo con chi dice che il nostro mestiere è un privilegio.

Per come le cose vanno nel nostro paese c’è il rischio serio che lo diventi non solo in senso figurato, ma anche in senso sociale, che potrà permettersi di farlo solo chi proviene da un background capace di sostenerlo anche se non guadagna niente con ricerca e progetti.

Il Regno Unito non è immune a questo rischio, ma per il momento continua ad attrarre archeologi da tutta Europa e se lo fa non è solo per il fascino intrinseco della terra di sua Maestà.

È perché al privilegio (e alla fatica) del contatto con la terra corrisponde un riconoscimento che è anche economico e che permette di fare quello che in Italia non sempre è possibile.

Appunto, vivere di archeologia. Almeno per un po’.

Vi terrò aggiornati su come andrà.

 

@domenica_pate

Archaeology and Me

Cos’è l’Archeologia? La risposta di #archaeoandme

Cos’è l’Archeologia?

L’archeologia siamo noi.

L’archeologia è metodologia, è città, è scoperta, è inclusione, è cittadinanza.

E’ questo che racconta la mostra Archaeology & Me in corso al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

Il sottotitolo è “Pensare l’archeologia nell’Europa Contemporanea”.

In tempi di exit, muri e distanze, tornare all’Europa e alla sua cultura come collante di popoli diversi e come spinta propulsiva all’integrazione può sembrare una sfida ardua, a tratti senza speranze. Eppure la storia guarda avanti, oltre i particolarismi temporali che vorrebbero mettere fine ad un progetto europeo partito da lontano e destinato a continuare a lungo.

Chi meglio degli archeologi sa che la pazienza e la continua ricerca di costruzione di legami, US dopo US, frammento dopo frammento, sono alla base della creazione di connessioni cronologiche e spaziali?

Il progetto europeo NEARCH nasce proprio da questa idea e dalla volontà di indagare la percezione che i cittadini europei hanno dell’archeologia. Il concorso pubblico “L’archeologia secondo me” ha lanciato una sfida: un’immagine, un video, una testimonianza che potessero rispondere alla domanda cruciale in questo XXI secolo, così lontano dalle epoche remote che siamo abituati a studiare, e cioè Cos’è l’archeologia?

Le risposte sono sorprendenti e danno il senso della complessità dell’archeologia nella sua percezione e nel suo essere disciplina costantemente in trasformazione.

Stupisce soprattutto la contaminazione tra linguaggi diversi espressi dalle opere in mostra: un’archeologia che non è soltanto il monumento immortalato al tramonto, ma è il tatuaggio di un gladiatore sfoggiato sullo sfondo del Colosseo, i Lego che riproducono una battaglia, il fumetto con le 5 regole dell’archeologo, i piedi nudi su uno strato preistorico, gli smartphone puntati sulla Dama di Elche o le videoinstallazioni di Second Life, il punto di vista del reperto che viene scavato, scoperto ed esposto in un museo.

#archaeoandme

Un esperimento di User Generated Content che rende merito alle tante sfaccettature della disciplina, sempre meno appannaggio dei soli addetti ai lavori e invece ogni giorno più pubblica, volta al coinvolgimento dei cittadini, eredi e custodi della storia, ricostruita, ricomposta e interpretata da noi professionisti in un dialogo costante “con quello che c’è là fuori”.

Una seconda sezione della mostra è invece dedicata all’aspetto metodologico della ricerca: dalla scoperta alle nuove tecnologie fino ai più riusciti esperimenti di archeologia pubblica in Europa senza trascurare la contaminazione con l’arte contemporanea, oggi terreno sempre più fertile di sperimentazioni.

Il percorso si chiude poi con la domanda cruciale “A chi appartiene il passato?” con una carrellata di testimonianze fotografiche legate all’archeologia coloniale, alla percezione distorta della storia antica durante fascismo e nazismo e un focus sulle tragedie contemporanee che impattano sul patrimonio culturale.

Ed è proprio attraversando le sale, osservando gli oggetti esposti, soffermandosi sui particolari di una foto o di un disegno che pian piano si fa strada l’idea che l’archeologia siamo davvero noi, che ogni singolo coccio non è altro che il prodotto dell’umanità e che forse il nostro compito è proprio quello di tornare ad umanizzare il passato per umanizzare il presente.

Tanti i punti di vista, tante le archeologie, tanti i protagonisti che insieme formano una collettività.

*

Antonia Falcone (@antoniafalcone)

 

 

Velia Romana, edizione 2016 - laboratori con la Legio I Italica

Un weekend con la Legio. Ricordi e suggestioni da “Velia Romana” ~ di Valentina Chirico

Oggi vi proponiamo un guest post a cura di Valentina Chirico, che il 24 e 25 settembre scorsi ha partecipato all’evento “Velia Romana”, un vero e proprio viaggio indietro nel tempo all’interno dell’affascinante cornice del Parco Archeologico di Elea-Velia.

*

Settembre 2016, un’incursione pacifica giunge alle porte del Parco Archeologico di Elea-Velia e si tratta di un gradito ritorno.

Era il 2015 quando sono arrivati per la prima volta, in occasione di quello che doveva essere, così come è stato effettivamente, un evento mai visto prima nel “piccolo” sito cilentano, in provincia di Salerno: “Velia Romana”.

Vorrei scrivere al presente di quel primo incontro, perché è ancora tutto nitido. Non vorrei confondere i tempi verbali, ma in quei brevissimi weekend di fine estate il tempo ha veramente cambiato il suo corso.

La manifestazione, voluta e organizzata dal comune di Ascea, dalla Pro Loco, dal Parco Archeologico di Elea-Velia e dai giovani del gruppo archeologico locale (G.A.V.), voleva riproporre la stessa atmosfera che si poteva respirare in un accampamento militare d’epoca imperiale: far intravedere sprazzi di vita quotidiana attraverso oggetti d’uso comune, umili e scarni come una lucerna, antichi eppure incredibilmente moderni come la pinza del medicus.

Settembre 2015. Al mio arrivo al piazzale la mattina presto i preparativi fervono, ma sono già a buon punto: le tende sono tutte montate con ordine, le armi esposte, gli stand allestiti. C’è chi deve ancora indossare la tunica o la lorica e già si annunciano due giorni pieni di attività.

Mi muovo senza sosta nell’accampamento, scattando fotografie, dando una mano; il tempo vola. Passate le dieci, ecco che arrivano le scolaresche ed è un’invasione gioiosa di bambini pronti alla scoperta, che seguono con attenzione le attività e guardano con curiosità nella tenda del legatus Marcus Clodius Lætus. Tra un’esercitazione di scontro a corpo a corpo e una dimostrazione di come si muoveva una testudo il weekend con la Legio sembra volare.

I moderni legionari illustrano con minuzia il sistema della centuriazione, il calcolo del tempo, la tecnica musiva di quei mosaici che abbiamo la fortuna di ammirare ancora nei musei e nei luoghi d’arte.

Il sabato sera, poi, il Parco apre le sue porte in via straordinaria e l’esercito in miniatura fa il suo ingresso marciando con ordine, all’unisono. È facile immaginate il terrore e il fuggi fuggi generale che un esercito in marcia avrebbe provocato duemila anni fa. Oggi i presenti guardano meravigliati la Legio che avanza, riprendono tutto con i loro smartphone e attendono con trepidazione la messa in scena del rito notturno, con canti ritmati e saltelli in uniforme al lume delle torce, mentre la colonna sonora rimbomba per tutto il parco.

La mattina dopo, poi, sono le famiglie delle cittadine vicine ad invadere il parco, ed è bello vedere che, rotto l’imbarazzo, anche gli adulti sono curiosi e affamati di sapere, si aprono e fanno tante domande.

Ad un anno di distanza, osservo le foto di quei giorni e ricordo la meraviglia che ho provato davanti all’antenato del nostro “fornetto” o alla fragilità delle ampolle del medico da campo. Sono stata tentata di “scarabocchiare” di nascosto con lo stilus sulla tavoletta cerata, il diptycum, e ho indossato l’elmo, la cassis, di un soldato sconosciuto (non avete idea di quanto pesi, provare per credere). Toccando con mano sembrava tutto vero.

Per gli appassionati di storia e archeologia la Legio I Italica non ha bisogno di presentazioni, eppure si potrebbero spendere pagine parlandone, anche perché il mondo dei rievocatori storici è ancora in parte sconosciuto, persino tra gli archeologi. Io stessa mi sono avvicinata a questa realtà grazie all’appuntamento di “Velia Romana”.

Nella Legio I Italica c’è posto per tutti, appassionati e studiosi: c’è chi ha incontrato la Legio per caso nella sua città e non l’ha più abbandonata, pur non essendo un archeologo o uno studente. C’è chi, come Paulus Viriginius Taurus, ha ripreso in mano la sua attività di cuoco e adesso studia i piatti romani con dedizione e scrupolosità. E poi c’è il signor Leonardo Ingravalle, laureato in filosofia, ma si è dedicato ad altro nella vita. La sua storia mi ha colpito particolarmente, perché accomuna tanti giovani e meno giovani che hanno scelto di studiare materie umanistiche, ma poi, dopo l’università, hanno iniziato a fare tutt’altro, per necessità.

Per Leonardo, però, gli anni di studio non sono andati affatto “sprecati” e il metodo filologico, alla base di ogni studio accademico serio, permea il suo laboratorio sui commerci e la navigazione antica. Non viene meno nemmeno quando, indossata la toga e preso il nome di Maximus Gravilis Leo, racconta ciò che gli antichi scrittori ci hanno tramandato sui più antichi riti del popolo romano.

Responsabilità, scientificità e precisione sono le caratteristiche che ho ritrovato nell’operato della Legio, arricchiti dall’entusiasmo con cui i rievocatori affrontano ogni battaglia o dialogano col pubblico da dietro un banchetto.

La Legio è fatta di persone: hanno una vita e un lavoro normali, ma durante le rievocazioni prendono nomen e prenomen e diventano personaggi di un racconto, ognuno con il proprio ruolo.

Rispetto alla prima manifestazione, poi, l’edizione 2016 ha proposto nuovi laboratori con dimostrazioni di tessitura e metallurgia militare, una degustatio con lezione teorica e una diversa location per il rito serale. Ancora una volta è stato un successo di pubblico.

Non c’è da stupirsi, perché sembra ormai chiaro che l’archeologia che spiega mettendo in pratica, quella che si vede e si tocca con mano piace, e anche tanto.

La Legio I Italica, ha saputo attirare un vasto pubblico di adulti e ragazzi, facendo loro rivivere brandelli di passato, incuriosendoli e stimolandoli.

Con “Velia Romana” lo spettacolo della storia è andato in scena in un piccolo teatro ed è stato un ottimo risultato per la realtà locale che ha permesso a tutti di imparare senza bisogno di aprire un pesante volume, ma che, personalmente, mi ha lasciata con la voglia di farlo una volta tornata a casa.

Ave Legio, ci rivedremo presto per una nuova lezione!

 

Valentina Chirico* (@Valenspervoi)

 

E voi, avete assistito a rievocazioni storiche? Avete mai partecipato? Raccontatecelo nei commenti 😉

 

* Valentina Chirico è una neolaureata in Archeologia e Storia dell’Arte, uscita dall’Università di Napoli “Federico II” con una tesi triennale in Storia Greca. Ha una precedente base linguistica e ha partecipato a campagne di scavo e catalogazione di reperti nel sito di Elea-Velia; si occupa di volontariato archeologico, eventi e didattica. Circola in rete sotto lo pseudonimo di “Valens”, curando un blog femminile e collaborando con magazine italiani. È appassionata di culture e lingue straniere e del mondo variegato della creatività applicata e dell’artigianato di qualità.

[photo credit: Valentina Pica]

 

Locandina Rassegna

Cinema e Archeologia: un binomio che torna a Licodia Eubea

Finita una Rassegna ne inizia un’altra: da nord a sud la penisola è punteggiata di eventi legati al cinema archeologico, ed ecco quindi che a poche settimane dalla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto  ci ritroviamo ad essere media partner della giovane Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica che si svolgerà quest’anno dal 28 al 30 ottobre a Licodia Eubea, in provincia di Catania.

Già nel titolo le premesse sono chiare: non solo film nel senso cinematografico del termine, ma anche e soprattutto comunicazione, con incontri, interviste e laboratori, perché la ricerca va raccontata e condivisa, con le sue nuove scoperte, le affascinanti ipotesi interpretative, le esperienze inedite dell’antico, insomma tutto quello che ci avvicina al passato.

Giunta alla sua VI edizione, la Rassegna riesce ad attirare nel piccolo paese catanese appassionati, addetti ai lavori e spettatori, trasformando per qualche giorno Licodia Eubea, un po’ come accade a Melpignano in occasione della Notte della Taranta, in un luogo di incontro e di scambio culturale. Ad ospitare l’evento sarà la suggestiva location dell’ex chiesa di San Benedetto e Santa Chiara nel cuore del borgo licodiano.

Quanto al programma, i film selezionati, promettono gli organizzatori, “offrono al pubblico una panoramica di luoghi affascinanti sparsi nel mondo, in cui la mano dell’uomo e quella della natura si stringono in rapporti unici e irripetibili”, facendolo viaggiare virtualmente dall’Africa, con Cirene e Bilad Chinquit, al Pakistan con il sito di Mohenjo-daro, fino all’Etruria con Vetulonia, per finire con la stessa Sicilia, con documentari dedicati a Ispica, Lipari, Selinunte e Catania. Spazio anche all’animazione e all’archeologia sperimentale per grandi e piccini.

E dulcis in fundo, visto che quando si parla di Sicilia, si parla anche di buon cibo, tra un film e un’escursione sarà anche possibile deliziarsi con aperitivi da gustare all’interno del Museo civico “Antonino Di Vita”, con visita guidata annessa.

Nata come una scommessa, grazie all’energia e all’intraprendenza dell’Archeoclub di Licodia Eubea e della Fine Art Produzioni srl che riunisce video maker, archeologi e tecnici video, La Rassegna si avvale della collaborazione della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università degli studi di Catania, con il sostegno della Direzione Generale Cinema del Mibact e del Comune di Licodia Eubea e il patrocinio della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto.

Insomma, un insieme di realtà, piccole e grandi, che concorrono tutte alla promozione del documentario archeologico in una terra che di archeologia è ricchissima.

Con queste premesse non potevamo non aderire con entusiasmo all’invito di diventare media partner della Rassegna, insieme ad Archeopop.

Se siete in zona, fate un salto a Licodia e raccontateci sui social la vostra esperienza! E se volete inviarci un report da pubblicare sul blog scriveteci a info@professionearcheologo.it.

Trovate la Rassegna su Facebook e Twitter, mentre qui potete vedere il trailer.

I nostri account, invece, li conoscete già 😉

@antoniafalcone

@domenica_pate

Smart 4 Culture

Strategie, conoscenza e creatività: le parole chiave del nostro #TFA2016

Quando abbiamo lanciato Professione Archeologo nel lontano 2013, uno dei nostri obbiettivi era quello di contribuire alla costruzione di un racconto diverso dell’archeologia, meno cattedratico e accademico e, se vogliamo, più  inclusivo e coinvolgente. I social media, eravamo convinte, avevano grandi potenzialità in tal senso.

Sono trascorsi tre anni e mezzo da allora e quella convinzione si è solo rafforzata, ha acquistato senso con le tante esperienze sul campo e con lo studio. Per noi, oggi, i social media non sono solo una potenzialità, il futuro della comunicazione dell’archeologia, sono il presente, un presente che, per giunta, è in continua evoluzione.

È con questa convinzione che abbiamo preso parte al Forum TECHNOLOGYforALL, che si è tenuto dal 4 al 6 ottobre scorsi a Roma. Organizzato da mediaGEO, società editrice della rivista Archeomatica, e giunto ormai alla sua terza edizione, TECHNOLOGYforALL ha portato in scena le ultime novità nel campo della tecnologia applicata ai beni culturali, ma ha dato anche spazio alle più recenti pratiche della comunicazione per la cultura e ai più aggiornati strumenti di analisi al servizio dei beni culturali e del turismo. Un importante momento formativo, oltre che un’occasione di incontro e scambio, alla quale anche noi di Professione Archeologo abbiamo partecipato volentieri, con un workshop organizzato insieme ad Archeopop.

Smart 4 Culture: esperimenti di valorizzazione e marketing dei territori e del patrimonio culturale attraverso app e social media ha rappresentato anche la possibilità per ragionare su quello che con i social si può raccontare e soprattutto sul come farlo, perché alla fine la differenza sta tutta qui, nel modo in cui gli strumenti a nostra disposizione vengono utilizzati. Come è nostra abitudine, abbiamo cercato di dare spunti quanto più possibile pratici ed è stato bello vedere il grande coinvolgimento del pubblico (attentissimo!) in sala.

Sono passati alcuni giorni dal workshop, e abbiamo pensato che fosse il momento di fare un riassunto di quello che è stato detto e di condividerlo con voi. Le slide degli interventi sono disponibili sul nostro profilo di Slideshare, mentre le registrazioni video del workshop dovrebbero essere online a breve. Vi terremo aggiornati.

Di seguito, invece, molto brevemente, quello che di cui abbiamo parlato, raccontato per parole chiave.

La prima parola chiave è, naturalmente, “Strategie”.

Una strategia non può prescindere da tre elementi chiave: protagonisti, strumenti e obiettivi. E quando si parla di community building, cioè della capacità di costruire comunità, diventa ancora più essenziale il momento della pianificazione. Come riassume egregiamente Nina Simon, Executive  Director del Santa Cruz Museum of Art & History, “la comunità non è un’astrazione, ma piuttosto è un gruppo di persone connesse da qualcosa che condividono”. E se questo qualcosa è il nostro patrimonio culturale o le eccellenze territoriali, ecco che essere in grado di costruire e gestire community può diventare un tassello per la definizione di identità e per la valorizzazione dei luoghi. Abbiamo quindi esaminato, nell’intervento di Antonia Falcone dal titolo “Strategie di community building per la promozione del patrimonio culturale: protagonisti, strumenti e obiettivi” come sfruttare la naturale propensione del web nel creare relazioni per strutturarle e finalizzarle nel passaggio dal virtuale al reale. Esempi virtuosi ce ne sono: basti pensare a Invasioni Digitali, agli Instagramers o ai Blogger, collettori di esperienze e di comunità che fanno dell’incontro dal vivo il momento ultimo del dialogo online.

Se mettere in campo strategie di crescita e darsi degli obbiettivi è importante per impostare una presenza social coerente e coinvolgente, è anche vero che è necessario conoscere bene gli strumenti che andiamo ad utilizzare.

La nostra seconda parola chiave quindi è “Conoscenza”.

Sapere è potere, diceva quello e l’intervento di Astrid D’Eredità di Archeopop, ha dimostrato come questo sia vero anche per i social network. “Da Instagram a Snapchat: soluzioni per la valorizzazione del patrimonio per turisti, visitatori e cittadini” è stata una vera e propria lezione pratica su come usare quelle che sono forse le due app del momento. Quali sono le loro caratteristiche? Ci sono punti comuni? Quali le differenze più significative? Queste e altre le domande a cui ha dato risposta questo secondo intervento, che ha messo in luce, tra l’altro, i risvolti più interessanti, dal punto di vista della promozione culturale, di alcune delle features delle due app. Da un lato, per esempio, c’è la grande capacità di Instagram di rendere facilmente rintracciabili i contenuti attraverso gli hashtag, cosa che favorisce il formarsi di comunità intorno ad interessi specifici. Basta pensare alle tante iniziative organizzate dalle diverse community di Igers in tutt’Italia per rendersi conto quanto questi “interessi specifici” possano diventare, nel concreto, luoghi e territori da valorizzare. Dall’altro lato, invece, c’è la naturale propensione di Snapchat per lo storytelling, anche quello dal tono più scanzonato e divertente, grazie ai filtri sempre diversi, così come le grandi potenzialità offerte dai geofiltri in termini di branding dei territori, entrambi più che rilevanti in ambito culturale e turistico.

Obbiettivi, strategie e conoscenza non bastano però se non si presta attenzione al racconto, se non si lavora alla costruzione di una presenza social che sia più di una carrellata di foto dell’ultima Domenica al Museo.

Ecco quindi che la nostra terza parola chiave è “Creatività”.

“Dal Digital Storytelling ai fumetti passando per i Pokémon: come cambia la promozione della cultura al tempo dei Social Media”, a cura di Domenica Pate, che si è concentrato proprio sulla necessità di costruire un racconto complesso del nostro patrimonio culturale. Ogni singola opera nei nostri musei, ogni reperto rinvenuto nei nostri scavi, ogni paesaggio, ogni palazzo delle nostre città, infatti, porta con sé una storia, un’eredità di eventi ed esistenze del passato, di ambizioni, di necessità, di conoscenze. Raccontare queste storie è di vitale importanza per restituire a quegli oggetti e luoghi, alle vite del passato, la loro dignità. È anche un modo che per creare un legame con chi li osserva nel presente, che lo faccia dal vivo o da dietro lo schermo di un pc. Non bisogna sottovalutare, quindi, l’importanza di fornire un contesto, di spendere alcune righe per spiegare il come e il perché, di dare dettagli, anche apparentemente insignificanti, ma che contribuiscano, nell’insieme, a tracciare le linee di un racconto che le persone possano leggere e vedere, sul quale possano interrogarsi e che li spinga, magari, a varcare le porte del museo, prendere lo smartphone e scattare un selfie. Come a dire “faccio parte di questa storia anch’io”.

 

@domenica_pate

@antoniafalcone

Rovereto archeoblogger

Impressioni di una archeoblogger a Rovereto per #Rica16

Sono trascorsi alcuni giorni dal rientro da Rovereto. Anche quest’anno gli organizzatori della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico hanno invitato una delegazione di archeoblogger a prendere parte al grande festival del documentario archeologico che ormai da 27 edizioni anima la piccola cittadina trentina.

 

Adagiata nella Vallagrina, Rovereto per il secondo anno ci ha accolti tra le sue stradine e i suoi musei, facendoci immergere per qualche giorno nelle immagini girate ai quattro angoli del globo: dall’Europa, all’Africa, passando per l’America e l’Oriente.

 

Un tuffo tra storia e storie: la storia dei grandi condottieri, delle civiltà e dei protagonisti del passato e le storie di chi quelle vicende ha voluto raccontarle armato di telecamera e di creatività.

 

Sarebbe difficile riassumere in un blogpost le emozioni diverse provocate da un caleidoscopio di istantanee che ci hanno accompagnato a spasso nel tempo: registi e documentaristi capaci di cogliere aspetti molteplici e soggettivi del lavoro di archeologi, etnoantropologi, storici: professionisti che quotidianamente si confrontano con scoperte scientifiche, domande sull’origine dell’uomo ed esperimenti di valorizzazione territoriale.

 

Non solo film. Rovereto quest’anno è stato anche il luogo dell’incontro con i protagonisti del lavoro sul campo, un ampliamento dell’offerta che ha permesso di entrare nel vivo di temi quanto mai attuali.

 

La tavola rotonda sui nuovi orizzonti del Museo ha generato un vivace dibattito sulle prospettive future dello spazio museo, che il neo direttore del Museo Archeologico di Reggio Calabria, Carmelo Malacrino, ha efficacemente definito come “un luogo esperienziale”. Un museo che oggi andrebbe concepito come social hub, fondato cioè sul principio dell’interazione tra istituzione e cittadini, nelle parole di Valentino Nizzo, della Direzione Generale Musei del Mibact. E infine le criticità emerse nell’intervento di Daniele Jallà dell’Icom: troppo spesso i musei soffrono di “collezionite acuta”, sfuggendo così al loro ruolo sociale e di collettore di sperimentazioni.

 

Tra gli interpreti indiscussi della interdisciplinarietà della ricerca archeologica, Damiano Marchi, antropologo italiano impegnato nel team internazionale che sta studiando l’Homo Naledi, ci ha raccontato l’importanza della collaborazione e della sinergia tra professionisti diversi che ha consentito di accelerare e rendere pubblici i primi risultati delle ricerche sull’Homo Naledi, una delle scoperte più importanti degli ultimi anni.

 

E poi non poteva mancare Pompei, croce e delizia della politica culturale italiana. Un Massimo Osanna trascinante che ha ammaliato con le sue parole una vasta platea accorsa ad ascoltarlo: dal Grande progetto Pompei e dai risultati finora raggiunti con una programmazione straordinaria volta al recupero e alla manutenzione del sito vesuviano, alle ultime scoperte che gettano nuova luce delle fasi preromane della città. Pompei che si presta alla narrazione emotiva e che Osanna ha saputo interpretare e comunicare al pubblico.

 

Rovereto è anche archeologia di luoghi lontani come Cahuachi-Nazca che tutti noi conosciamo per gli imponenti geoglifi, patrimonio dell’umanità Unesco. E a Nazca ha dedicato quaranta anni di ricerche Giuseppe Orefici con i suoi fondamentali studi sui centri cerimoniali della costa meridionale del Perù.

 

Il tempo è volato e così è arrivata la serata della premiazione dei film in concorso. Tre le sezioni quest’anno: il premio “Città di Rovereto-Archeologia Viva” per il film più gradito al pubblico che ha avuto l’opportunità di votare al termine delle proiezioni; il premio “Archeoblogger” assegnato dalla nostra giuria e dedicato alle produzioni italiane e infine la menzione speciale “CinemA.Mo.Re”.

 

Il premio del pubblico e il premio CinemA.Mo.Re sono stati assegnati entrambi al documentario francese “Quand Homo sapiens faisait son cinema. Quando l’Homo sapiens fece il suo cinema” di Pascal Cuissot e Marc Azema, film che porta gli spettatori sulle prime tracce del cinematografo, attraverso 20.000 anni di arte paleolitica.

 

A chi invece è andata la nostra menzione speciale? La giuria di archeoblogger ha deciso di premiare il documentario “Alla scoperta del Trentino. Luoghi e simboli del territorio: la Preistoria”, una produzione Rai con la regia di Stefano Uccia. Il documentario è la prima puntata di una serie in nove puntate dedicata al Trentino che si snoda attraverso il racconto del patrimonio culturale della regione. Il nostro compito era quello di selezionare il film che riusciva a raggiungere maggiormente il pubblico con un messaggio di valorizzazione e conservazione.

 

La motivazione alla base della nostra selezione è riassunta in queste parole, stilate collettivamente dai 10 blogger coinvolti:

Una voce narrante autorevole, quella di un archeologo, ci guida alla scoperta di un territorio, il Trentino, e della sua storia più antica. Del documentario ci ha colpiti la capacità di rivolgersi al pubblico con un linguaggio chiaro che, senza tecnicismi, risulta comprensibile anche ai non addetti ai lavori. La regia, inoltre, sceglie di non indugiare sui primi piani di chi parla, ma dedica lo spazio necessario ai luoghi e agli oggetti raccontati. Un prodotto che, rendendo protagonisti siti e musei, riesce nell’intento di valorizzare la realtà territoriale del Trentino, regione che già si distingue per la presenza di progetti museografici focalizzati sulla comunicazione archeologica. Così, Alla scoperta del Trentino – La preistoria, è la prima tappa di un percorso più ampio che, attraverso altre nove puntate, accompagna lo spettatore nella conoscenza del patrimonio culturale regionale.

Il documentario ci ha convinti soprattutto per la presenza della voce del Dott. Franco Marzatico, Soprintendente per i Beni culturali della Provincia autonoma di Trento, in grado di sfuggire all’archeologhese tanto in voga tra gli addetti ai lavori per narrare invece con passione e coinvolgimento la storia più antica del territorio trentino, in una passeggiata tra i luoghi e i musei della regione.

 

Approfittiamo di questo spazio per i ringraziamenti ufficiali: innanzitutto a Dario di Blasi, Direttore della Rassegna che ci ha nuovamente accolti a Rovereto; a Piero Pruneti, Direttore di Archeologia Viva, a Valentina Poli e Francesca Maffei per l’organizzazione perfetta e le chiacchiere tra una diretta Facebook e l’altra e infine a tutta la community che ci ha seguito online sui social rilanciando il nostro racconto live della Rassegna.

 

[Grazie al regista Lorenzo Daniele per la gentile concessione dell’uso della foto di copertina]

 

Antonia Falcone

(@antoniafalcone)