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Archaeology and Me

Cos’è l’Archeologia? La risposta di #archaeoandme

Cos’è l’Archeologia?

L’archeologia siamo noi.

L’archeologia è metodologia, è città, è scoperta, è inclusione, è cittadinanza.

E’ questo che racconta la mostra Archaeology & Me in corso al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

Il sottotitolo è “Pensare l’archeologia nell’Europa Contemporanea”.

In tempi di exit, muri e distanze, tornare all’Europa e alla sua cultura come collante di popoli diversi e come spinta propulsiva all’integrazione può sembrare una sfida ardua, a tratti senza speranze. Eppure la storia guarda avanti, oltre i particolarismi temporali che vorrebbero mettere fine ad un progetto europeo partito da lontano e destinato a continuare a lungo.

Chi meglio degli archeologi sa che la pazienza e la continua ricerca di costruzione di legami, US dopo US, frammento dopo frammento, sono alla base della creazione di connessioni cronologiche e spaziali?

Il progetto europeo NEARCH nasce proprio da questa idea e dalla volontà di indagare la percezione che i cittadini europei hanno dell’archeologia. Il concorso pubblico “L’archeologia secondo me” ha lanciato una sfida: un’immagine, un video, una testimonianza che potessero rispondere alla domanda cruciale in questo XXI secolo, così lontano dalle epoche remote che siamo abituati a studiare, e cioè Cos’è l’archeologia?

Le risposte sono sorprendenti e danno il senso della complessità dell’archeologia nella sua percezione e nel suo essere disciplina costantemente in trasformazione.

Stupisce soprattutto la contaminazione tra linguaggi diversi espressi dalle opere in mostra: un’archeologia che non è soltanto il monumento immortalato al tramonto, ma è il tatuaggio di un gladiatore sfoggiato sullo sfondo del Colosseo, i Lego che riproducono una battaglia, il fumetto con le 5 regole dell’archeologo, i piedi nudi su uno strato preistorico, gli smartphone puntati sulla Dama di Elche o le videoinstallazioni di Second Life, il punto di vista del reperto che viene scavato, scoperto ed esposto in un museo.

#archaeoandme

Un esperimento di User Generated Content che rende merito alle tante sfaccettature della disciplina, sempre meno appannaggio dei soli addetti ai lavori e invece ogni giorno più pubblica, volta al coinvolgimento dei cittadini, eredi e custodi della storia, ricostruita, ricomposta e interpretata da noi professionisti in un dialogo costante “con quello che c’è là fuori”.

Una seconda sezione della mostra è invece dedicata all’aspetto metodologico della ricerca: dalla scoperta alle nuove tecnologie fino ai più riusciti esperimenti di archeologia pubblica in Europa senza trascurare la contaminazione con l’arte contemporanea, oggi terreno sempre più fertile di sperimentazioni.

Il percorso si chiude poi con la domanda cruciale “A chi appartiene il passato?” con una carrellata di testimonianze fotografiche legate all’archeologia coloniale, alla percezione distorta della storia antica durante fascismo e nazismo e un focus sulle tragedie contemporanee che impattano sul patrimonio culturale.

Ed è proprio attraversando le sale, osservando gli oggetti esposti, soffermandosi sui particolari di una foto o di un disegno che pian piano si fa strada l’idea che l’archeologia siamo davvero noi, che ogni singolo coccio non è altro che il prodotto dell’umanità e che forse il nostro compito è proprio quello di tornare ad umanizzare il passato per umanizzare il presente.

Tanti i punti di vista, tante le archeologie, tanti i protagonisti che insieme formano una collettività.

*

Antonia Falcone (@antoniafalcone)

 

 

interfacce

#Interfacce: il tuo voto per l’archeologia che funziona

Chi l’ha detto che archeologia non fa rima con innovazione?

 

Va bene, non fa rima, ma troppo spesso l’idea della polvere che ricopre cocci e muri si riflette anche nell’immaginario comune di una comunità di studiosi chiusi negli scantinati e in biblioteche semideserte.

 

Ora, non vogliamo spingerci a dire che in molti casi la realtà non sia questa, ma ci sono alcune avanguardie che per fortuna punteggiano il panorama dell’archeologia in Italia e delle quali ci piace parlare sulle pagine del nostro blog.

 

Tra queste realtà che puntano sull’innovazione progettuale e gestionale oggi abbiamo scelto di raccontarvi l’avventura di Uomini e Cose a Vignale, chiedendovi anche un piccolo aiuto.

 

“Uomini e cose a Vignale è un progetto per la conoscenza e la valorizzazione del sito archeologico del Vignale di Piombino (LI) e del suo territorio”, si legge sul loro sito internet.

 

Quello che ci piace di questo progetto è che da sempre ha puntato a costruire un rapporto forte con la comunità locale, coinvolgendo le scuole e la popolazione in numerose occasioni, aprendo le porte agli scavi e raccontando la ricerca passo dopo passo. Uomini e Cose a Vignale ha anche un altro primato, è tra i più “antichi” e longevi blog di archeologia in Italia, con il primo post datato al 2008!

 

Archeologia pubblica nel senso migliore del termine, dunque.

 

Ma comunicare e coinvolgere non basta: se l’archeologia non diventa parte integrante di un sistema, non sarà mai sostenibile. È per questo che nasce Interfacce, uno dei 40 progetti selezionati dal bando CheFare3, e che mira a “costruire un modello sperimentale di gestione sostenibile del patrimonio paesaggistico e culturale di un microterritorio”. I nostri prodi archeologi hanno superato la prima selezione e ora serve premere sull’acceleratore per il rush finale.

 

In cosa consiste Interfacce?

 

L’idea è di costruire una rete tra operatori del settore e pubblici diversificati partendo dai cittadini che condividono con gli archeologi i luoghi e la storia di Vignale, luoghi e storia che prima di loro sono appartenuti alle comunità che nel sito toscano hanno vissuto e lasciato le loro tracce, proprio quelle che gli archeologi recuperano, studiano e interpretano.

 

È proprio questo punto di contatto, questo interesse comune a dare il nome al progetto: in archeologia, infatti, l’interfaccia è la superficie di separazione/contatto tra due strati archeologici diversi.

 

L’archeologia, in questo caso, vuole valorizzare le “superfici” di contatto tra uomini del presente e del passato, essere un connettore di epoche diverse, che è quello che dovrebbe in fondo essere sempre.

 

Abbiamo proposto a Elisabetta Giorgi, uno dei coordinatori del progetto, un gioco: definire in 30 parole i concetti chiave del progetto, archeologia, pubblico e comunicazione.

 

1 – Archeologia: un mezzo di comunicazione con il passato, una chiave di lettura del presente e un modo per progettare il futuro, toccando con mano le tante storie che ci sono dietro (e dentro) di ciascuno di noi.

 

2 – Pubblico: tutti gli occhi, le orecchie, il cuore e la testa con i quali dobbiamo confrontarci e verso i quali abbiamo un’enorme responsabilità: restituire il loro passato.

 

3 – Comunicazione: sperimentare modi e strumenti per arrivare a guardare negli occhi, uno per uno, i nostri interlocutori e prenderli per mano per costruire insieme un’emozione e un’avventura intellettuale indimenticabile.

 

Che dite, la diamo una mano a questi archeologi innovatori e coraggiosi?

 

Seguite questo link, registratevi e votate.

 

E infine, fate un ultimo sforzo: condividete questo post o giratelo ai vostri amici.

 

Abbiamo strappato una promessa ad Elisabetta e al suo team: se superiamo la soglia di 100 voti entro la fine della settimana arriverà un ringraziamento per i lettori di Professione Archeologo con un video o un’immagine.

 

Non fateci fare brutta figura, eh!

 

@antoniafalcone

@domenica_pate

 

 

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Day of Archaeology al Foro della Pace di Roma

Com’è l’archeologia che vorresti?

 

Il nostro Day of Archaeology è partito da questa semplice domanda, rivolta agli studenti dell’Università Roma Tre e dell’American University of Rome che scavano nel Foro della Pace, a Roma.

 

 

Quest’anno, infatti, per la prima volta uno scavo archeologico su Via dei Fori Imperiali ha aperto le porte al pubblico.

 

Così, mentre alcuni dei ragazzi interagivano lungo la strada con turisti e passanti spiegando loro cosa fa un archeologo sotto il solleone estivo, giornalisti e blogger, armati rispettivamente di telecamera e taccuini e di smartphone e caricabatterie, hanno avuto il privilegio di gironzolare liberamente nell’area del cantiere e di confrontarsi con gli studenti e i responsabili dello scavo.

 

Abbiamo puntato sulla divulgazione ed abbiamo chiesto ai ragazzi di raccontarci le diverse fasi di uno scavo e quali sono le varie attività che gli archeologi svolgono sul campo. Abbiamo trasmesso le loro risposte in diretta su Twitter e su Periscope, su Instagram e con brevi post su Facebook, usando l’hashtag #ForumPacis.

 

E’ così che un cantiere di scavo, per una mattinata, è diventato social.

 

 

 

 

Ma abbiamo anche voluto guardare al futuro: il DoA è un’occasione per confrontarsi sul presente dell’archeologia attraverso la condivisione di tutto quello che si muove tra una trowel e un giornale di scavo, ma è anche un momento in cui riappropriarsi della nostra identità di archeologi, provando a pensare quali ulteriori passi in avanti potrebbe fare la disciplina.

 

E così abbiamo chiesto a loro, alle nuove leve, agli archeologi del futuro, cosa vorrebbero dall’archeologia, cosa manca e quale dovrebbe essere la strada da percorrere.

 

Un Day of Archaeology all’insegna della voglia di guardare avanti.

 

Qua sotto trovate le loro facce e i loro sorrisi, la convinzione che l’archeologia guarda al passato per costruire il futuro.

 

*

 

Com’è l’archeologia che vorresti?

 

 

*

Una versione di questo post, in inglese, è stata pubblicata in occasione del #DayOfArchaeology: The Day of Archaeology at Templum Pacis in Rome.

Post di Antonia Falcone (@antoniafalcone) e Paola Romi (@OpusPaulicium)

Grafiche di Antonia Falcone

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#Archeostorie: una NON recensione di parte

Archeostorie NON è un manuale barboso.

 

Archeostorie NON è solo per gli addetti ai lavori.

 

Archeostorie NON è il libro dove scoprire che gli alieni hanno costruito le piramidi.

 

Archeostorie NON è accademico.

 

Archeostorie NON è tutto quello che avete letto finora sull’archeologia.

 

Archeostorie è un mix ben shakerato di passato, presente e futuro. Sono le vite di archeologi in carne e ossa. Archeostorie è un modo diverso di pensare l’archeologia. E di farla.

 

E ora che abbiamo la vostra attenzione possiamo raccontarvi qualcosa in più.

 

Archeostorie, manuale non convenzionale di archeologia vissuta non è un libro pianificato a tavolino, è un testo nato letteralmente nella Rete e dalla Rete.

 

Quale Rete? Il web certo, i social soprattutto, ma essenzialmente da quella rete di contatti, stimoli e collaborazioni che il vivere l’archeologia e lo stare online ha creato. Quindi più che  rete si potrebbe dire reti, al plurale, come archeostorie, come archeologie.

 

Perché quello che scoprirete leggendo il testo è che la pluralità delle archeologie non risiede essenzialmente  solo negli ambiti geografici e archeologici di cui ci si occupa ma anche, e forse soprattutto, nella pluralità delle attività con cui la si “applica” alla quotidianità della vita.

 

Quali “mestieri” fanno e raccontano gli autori di Archeostorie?  Tanti, non tutti quelli possibili ma molti. Talvolta inaspettati. Non vogliamo anticiparveli, ma dirvi che alla base di questo caleidoscopio di esperienze c’è un’idea semplice e ovvia quanto forse rivoluzionaria: la pratica dell’archeologia non ha confini e non conosce steccati.

 

Chi ha scritto le archeostorie ? Per non svelarci troppo vi diciamo solo chi le ha curate, con molta verve e pazienza: Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti.

 

Quale è il finale di questa bella storia di condivisione? Il finale lo scriveranno gli archeologi che hanno deciso di raccontarsi in modo non convenzionale e quelli ai quali è affidata ogni giorno la tutela e la valorizzazione del nostro immenso patrimonio culturale. Work in progress.

 

Archeostorie vi dà appuntamento venerdì 10 aprile nella Sala conferenze del Museo Pigorini, alle ore 17:

 

34 MODI DI FARE ARCHEOLOGIA
Brainstorming di massa sui mestieri dell’archeologo

 

Ci saremo anche noi di Professione Archeologo.

Potete seguire il livetwitting con hashtag #archeostorie e farci domande live.

 

Antonia Falcone (@antoniafalcone)

Paola Romi (@opuspaulicium)

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15 domande a… Diletta Menghinello, archeologa on the road

Diletta Menghinello è archeologa e blogger.

 

Laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università della Tuscia di Viterbo, si è specializzata presso l’Università la Sapienza di Roma.

 

Archeologa on the road, ha maturato un’esperienza pluriennale nell’assistenza archeologica e nell’archeologia preventiva.

 

Dal 2009 gestisce il Gruppo Facebook USCIRE DAL TUNNEL DELL’ARCHEOLOGIA SI PUO’!!! e nel 2014 ha fondato il blog Archeopatia. Soliloqui, deliri, peregrinazioni e allucinazioni della parafilia dell’antico dai primi sintomi alla completa remissione.

 

Le abbiamo rivolto 15 domande a cui rispondere al volo.

 

Buona lettura!

 

*

 

1 – Nome?

 

Diletta Menghinello [disambiguazione: Diletta è il nome].

 

2 – Età (vera o mentale)?

 

Anagrafica 36. Mentale: a volte 7, a volte 65. Mediamente i conti tornano.

 

3 – Segni particolari?

 

Cinica tendente al nichilismo.

 

4 – Perché hai scelto di fare l’archeologa?

 

Qui devo evocare la nerd che è in me e parlare di “stratigrafie”, se non archeologiche, mentali. Substrato etrusco, madre amante della materia, immotivata avversione per il ben avviato studio paterno da geometra e cieca adesione al dogma radical chic acquisito al liceo classico che la cultura umanistica prima o poi paga. Il tutto drasticamente aggravato dal tentativo non riuscito di laurearmi in Giurisprudenza.

E il fatto che adesso io passi la maggior parte del tempo nei cantieri a rincorrere geometri e ingegneri vari rispettivamente a 1/2 e 1/4 del loro stipendio lo considero un capolavoro di ironia. La vita spesso ha un grande senso dell’umorismo.

 

5 – Perché fai ancora l’archeologa?

 

Perché a parte questo e la cameriera non so fare altro. E il secondo è un lavoro terribilmente faticoso.

 

6 – Che lavoro farai da grande?

 

Sfrutterò in modo ignobile gli averi dei miei avi aprendo B&B e orticelli bio con il recondito pensiero di riservarmi un pezzetto di terra su cui scavare abusivamente nei momenti di noia.

 

7 – Descrivi in tre righe cosa non va nel tuo lavoro.

 

Corruzione e clientelismi vari connaturati all’italico sistema di risoluzione dei conflitti tra pubblico e privato che rendono la qualità del lavoro un optional (se non direttamente un elemento di disturbo) e la finalizzazione ultima dell’archeologia – che è pur sempre una scienza sociale – una pura utopia. La mancanza di una normativa adeguata fa il resto.

 

8 – Un genio può esaudire un tuo desiderio riguardante l’archeologia in Italia. Cosa chiedi?

 

Un Ministro dei Beni Culturali tedesco.

 

9 – Se ti reincarnassi in una delle figure professionali che si incontrano in cantiere chi vorresti essere?

 

Un certo tipo di funzionaria. Quella che arriva scocciata con un ritardo di circa due ore e mezza nel tuo cantiere lustrato per l’occasione, che ti illumina sulla sua meritoria ascesa alla poltrona ereditata dal prozio defunto mentre due valletti le infilano scarpe antinfortunistiche intonse e che se ne va dopo 5 minuti servita e riverita, senza aver colto a pieno la differenza tra una sezione e una pianta. Godrei certamente dei miei primi momenti di gloria sul posto di lavoro. Strano Paese l’Italia…

 

Ora giochiamo:

 

10 – Che libro butteresti dalla torre: Storie dalla terra o L’arte romana nel centro del potere? Perché?

 

Senza nulla togliere al primo, il libro di Bandinelli è una tappa obbligata per lo studente di archeologia e non solo: ben scritto, affascinante, una meravigliosa avventura dell’anima che ti porta a concludere che in fin dei conti hai fatto la scelta giusta nella vita. Forse solo per questo dovrei buttarlo dalla torre. Ma alla fine no, lancio l’altro!

 

11 – Una birra dopo il lavoro con Massimo Osanna o Giuliano Volpe? Perché?

 

Osanna. Alla terza gli estorcerei la promessa di un lavoretto a Pompei.

 

12 – A cena fuori con Bray o Franceschini? Perché?

 

Franceschini. Qualcosa di quell’uomo mi dice che si offrirà volontario per pagare il conto.

 

13 – Puoi scegliere un “archeologo famoso” disposto a passare una giornata con te a guardare l’escavatore. Chi vorresti?

 

Edward C. Harris. Una volta resosi conto del sadismo del suo matrix applicato all’archeologia d’emergenza e fatta pubblica ammenda, acconsentirebbe di sicuro a tornare senza traumi a “strato alfa” e “strato beta”, facendo la felicità di migliaia di archeologi nel mondo.

 

14 – Di chi faresti volentieri a meno in cantiere? Umarells o un caposquadra piacione?

 

Umarells. Mentre infatti il piacione si autodistrugge in tre giorni passando brevemente dal viscidume all’aperta ostilità (a meno che non ci stiate, allora è tutto un altro discorso), il vegliardo ex-ruspista classe ’23 passato indenne ad almeno un conflitto mondiale e agli anni di piombo è praticamente indistruttibile.

 

15 – La tua definizione di archeologia.

 

L’archeologia è soprattutto un disturbo mentale di tipo maniacale. Analizzandola più benevolmente, è quella scienza che, attraverso un impianto teorico da astrofisica ed una rigorosa metodologia chirurgica, si propone di dare risposte perennemente incerte a quesiti ormai passati di moda. Come si vede, anche così si ritorna alla prima definizione.

 

 

 (@pr_archeologo)

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Archeologi: “quelli che hanno solo interesse a scavare e pubblicare per motivi di carriera”.

Che tu stia lavorando da archeologo o che tu abbia smesso di fare l’archeologo con tanto di scarponcini zozzi di terra, scommettiamo che quasi ogni mattina ti alzi con alcuni perché in testa. Come noi. Non cose che hanno a che fare con la vita, la morte e i grandi quesiti dell’umanità. No, cose più terra terra. Appunto.

 

Perché non riusciamo a farci capire? Perché noi archeologi siamo belli e fighi su uno schermo cinematografico o nei videogame e invece siamo brutti e cattivi quando svolgiamo il nostro lavoro?

 

Certo il physique du rôle dei figaccioni non ce l’abbiamo proprio: sudati in estate e infreddoliti con le labbra screpolate in inverno, quasi sempre spettinati e con la testa fra le nuvole a numerare strati e muri. E va bene. Su questo c’avete ragione.

 

Però tutto sommato siamo persone (più o meno) normali: studiamo molti anni, facciamo gavetta sui cantieri universitari, mandiamo curriculum, lavoriamo 8 ore al giorno e portiamo a casa la pagnotta (non tutti i mesi e non sempre la pagnotta basta, ma tant’è). Così ci riconosciamo tra noi, questo è quello che vediamo uno nell’altro quando ci ritroviamo tra archeologi.

 

E se da un lato c’è tanta curiosità nei confronti del nostro lavoro, se frasi come “wow, anche io avrei sempre voluto fare l’archeologo,” ci sono piuttosto familiari, ce ne sono tante altre che tornano costanti, riferite alla nostra categoria. E non sono belle.

 

Così, noi archeologi, spesso siamo “quelli che bloccano i lavori”, “quelli che stanno sempre in mezzo ai piedi sui cantieri”, “quelli che non si capisce di cosa parlano”, “quelli che non vogliono ammettere che gli alieni stavano un pezzo avanti a egiziani e ingegneri romani”, quelli che… “ma per quattro sassi fate sempre un casino!

 

A questo breviario di definizioni dell’”archeologo” ne mancava giustappunto una: “quelli che hanno solo interesse a scavare e pubblicare per motivi di carriera”.

 

Vi sfidiamo. Se siete archeologi la prima cosa che avete pensato è “carriera, ma che davvero?”

 

Stavolta da chi giungono gli ennesimi strali? Dal presidente di una fondazione sarda. Che sembra sia formata da volontari.

 

E qui è il momento in cui alzate lo sguardo dallo schermo e fate quella faccia un po’ così, con le sopracciglia aggrottate a descrivere la domanda: “ancora?”

 

E sì, ancora.

 

Ora, non è che noi siamo contrari all’impiego del tempo libero in azioni filantropiche, però possiamo dirlo che nel nostro campo e nei musei se ne sta facendo un uso disinvolto e davvero poco lungimirante?

 

Che i volontari dicessero che quelli “fuori posto” e in qualche modo “dannosi” in un contesto archeologico siano gli archeologi, però, oggettivamente, le supera tutte.

 

Ora, facciamo un passo indietro e torniamo al VIA.

 

Questo regalino, fastidioso come il carbone, è arrivato, il giorno della Befana, dalla Sardegna.

 

Pochi giorni fa, infatti, Antonello Gregorini, portavoce di Nurnet – La Rete Dei Nuraghi, Fondazione di Partecipazione sarda nata con lo scopo di promuovere “la cultura del periodo in cui sull’Isola svilupparono le civiltà pre e nuragica” , che ha assicurato la vigilanza del sito di Mont’e Prama (Cabras, Sardegna) durante le feste natalizie, avrebbe sostenuto che “sarebbe folle lasciare questo tesoro nelle mani degli archeologi, che hanno solo interesse a scavare e pubblicare per motivi di carriera”.

 

L’articolo continua:

 

Ma non vogliamo sostituirci agli archeologi nel lavoro di scavo, il nostro è solo un progetto di marketing“” ha spiegato a un centinaio di persone arrivate un po’ da tutta la Sardegna per partecipare all’assemblea pubblica convocata proprio a Mont’e Prama per raccontare quello che, secondo Nurnet, dovrà essere il futuro del sito. “Mont’e Prama – ha sottolineato Gregorini – è un patrimonio di tutti i sardi e vogliamo che sia trattato da una classe dirigente capace di trarne il massimo profitto in termini di cultura, lavoro e visibilità per tutta la Sardegna”.

 

La prima cosa che ci viene da dire è che, a ben guardare, “il tesoro” di cui parla Gregorini, se gli archeologi non l’avessero scavato, non ci sarebbe stato proprio. E inoltre pubblicare una scoperta non è una scelta o un’attività ludica, bensì un dovere. Sembra lapalissiano ma evidentemente deve essere ribadito.

 

Soprattutto, però, quello che salta agli occhi è che gli archeologi sono ancora una volta considerati buoni solo a scavare.

 

E passata la prima indignazione, questo deve farci riflettere.

 

Dall’esterno la nostra professione sembra una cariatide monolitica immobile e polverosa, ma non è esattamente così: la statua, come il Leviatano di Hobbes, è fatta di tante persone, foriere di diversi caratteri, interessi, capacità ed energie. Che poi la testa del gigante fatichi a guardare verso il futuro e i comuni mortali spesso è vero, ma non per questo è lecito condannare tutto il corpo.

 

Se addirittura si arriva a sostenere che “sarebbe una follia” mettere nelle mani degli archeologi il lavoro di valorizzazione di un sito archeologico, è forse giunto il momento, anche per noi, di fare autocritica.

 

Allora, la prima domanda è: siamo davvero in grado di comunicare all’esterno chi siamo, cosa facciamo e soprattutto perché?

 

La risposta, chiaramente, è “no”, o comunque “non sempre”.  Sono diverse ormai le realtà in Italia in cui ricerca e comunicazione della ricerca vanno di pari passo,  ma non basta, non è ancora prassi comune e deve diventarlo se vogliamo che il nostro lavoro sia rilevante per la società in cui viviamo.

 

La seconda domanda, forse ancora più importante, è: siamo pronti ad occuparci di valorizzazione dei beni culturali, uscendo da logiche che potremmo definire “da primo novecento”? Siamo disposti a rinnovare profondamente il rapporto tra bene culturale e pubblico?

 

La risposta è “non ancora”, ma ci stiamo lavorando.

 

La questione però non finisce qui.

 

Nell’articolo il portavoce di Nurnet cita la classe dirigente e non sbaglia. La fondazione si è fatta carico di assicurare il servizio di guardiania durante il periodo festivo quando il sito, sembra, era stato lasciato senza sorveglianza. E questo dopo immani polemiche su mancanza di fondi, competenze e beghe burocratiche (vedi box sotto con link di approfondimento).

 

Il problema, insomma, è molto più che una bagarre tra volontari, che meritoriamente si sostituiscono a quella che sentono come una mancanza da parte degli organismi competenti, e archeologi. Il problema è, ancora una volta, culturale e politico.

 

L’abbiamo detto e lo diremo ancora: non si può pretendere di usare i beni culturali come “volano della ripresa economica” con investimenti minimi, provvedimenti placebo e restauri eclatanti fatti giusto per onorare l’articolo 9 della Costituzione.

 

Finché la politica culturale di questo paese rimarrà ancorata alle logiche del “a costo zero”, senza un serio investimento (non solo in termini economici) ed una progettualità sul lungo termine, troveremo sempre associazioni di appassionati cittadini che sono disposti a spendere il proprio tempo in nome di una rinascita culturale della loro terra. Il loro impegno è lodevole e benvenuto, ma non può e non deve sostituirsi alle istituzioni, ai professionisti, e a chi ha il dovere di gestire e rendere fruibile il patrimonio culturale dello stato.

 

E no, “non ci sono fondi” non è più una scusa accettabile.

 

*

 

Per approfondire

 

La questione Mont’e Prama è molto complessa. Non siamo esperte di archeologia sarda, non conosciamo le dinamiche e le problematiche della valorizzazione di questo particolare sito, però in rete ci sono diversi articoli e post interessanti. Ne abbiamo raccolto alcuni che pensiamo possano aiutare a chiarirsi un po’ le idee.

 

– Il sito della Fondazione: www.nurnet.it

– La pagina FB che cerca volontari per la guardiania al sito archeologico.

 

Sul sito e la mancanza di sorveglianza:

 

Mont’e Prama, vigilanza rafforzata Restauro con i soldi dei privati

Mont’e Prama, archeologo Zucca: “Abbiamo pagato vigilanza scavi. Ma rischiamo posto”

L’assessore Claudia Firino su Mont’e Prama: “Vigilanza attualmente garantita dal Corpo Forestale”

Rassegna stampa a cura dell’Università di Cagliari del giorno 29 dicembre 2014  (articoli 3 e 5)

 

 Mont’e Prama, i volontari e politica culturale

 

Volontariato e beni culturali: cosa insegna il caso Mont’e Prama (ma che accademici e politici si rifiutano di capire)

Essenzialismi culturali, populismo e progetti politici opachi

Antonello Gregorini: gli avvoltoi di Nurnet

 

 

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Un ordinario giorno di archeologia “d’emergenza”

 

La sveglia suona improrogabilmente alle 5.30.

 

Capelli arruffati, occhi semichiusi e il desiderio che una tazza di caffè si materializzi sul comodino.

 

Inizia una nuova settimana di lavoro. Destinazione odierna: suburbio romano.

 

Lavagna, palina, freccia del nord, macchina fotografica sono pronti nello zaino, insieme a block notes, cappellino e crema protettiva. Il sole scotta in cantiere se non c’è neanche un albero a farti ombra e rischiare un’insolazione con il pericolo di stare a casa qualche giorno non è cosa da mettere in conto, soprattutto ora, dopo mesi di pausa forzata.

 

Eh sì perché non tutti i giorni si lavora, ci sono periodi in cui non parte un cantiere neanche se si pregano i Lari.

 

Nessuna esitazione quindi. Si parte.

 

In macchina ci sono già i dispositivi per la sicurezza: caschetto, guanti, scarpe antinfortunistiche e giubbotto catarifrangente, oltre all’immancabile trowel. Il resto del corredo da archeologo è formato da: metro a stecca, matite, tavoletta per i rilievi, fogli lucidi, filo a piombo, compasso, mazzuolo, picchetti. E non da ultima una buona dose di pazienza.

 

Pronti, partenza, via.

 

Buongiorno agli operai, verifica del nulla osta e si comincia a guardare la ruspa.

 

Perché non è vero che l’archeologia è avventura e mistero o improbabili scoperte di lavoro alieno sfuggito ad anni di ricerche. L’archeologia può essere, e anzi, nella maggior parte dei casi è, un laureato che fissa una ruspa.

 

La chiamano archeologia d’emergenza: ci sono dei lavori, pubblici per lo più, e l’archeologo controlla che nel corso degli stessi vengano tutelati i beni archeologici.

 

Tanto per iniziare devi trovare il “tuo” punto di osservazione. Ovvero una posizione rispetto al bordo della trincea, nonché ad escavatore e camion, in cui sia possibile vedere in modo soddisfacente le operazioni di scavo, non dare fastidio e non farsi male.

 

Rigorosamente in questo ordine.

 

Dopo attenta osservazione ci riesci e forse per qualche ora starai pure all’ombra: deve essere il tuo giorno fortunato.

 

And now: let’s dig!

 

In piedi, bardata con casco, giubbotto ad alta visibilità, antinfortunistiche e borsa di Mary Poppins a tracolla inizi a controllare il lavoro.

 

La ruspa scava, carica, scava, carica, scava…

 

Di antico non c’è assolutamente nulla, ma bisogna comunque documentare.
Per cui, tra la fine della realizzazione di un tratto di trincea e la posa della tubazione, di qualsiasi tipo sia, bisogna essere reattivi.

 

Con scatto felino (si fa per dire), prendi la palina, la lavagnetta e la freccia del nord. Con un po’ di fatica cerchi di ricordare dove hai messo i gessetti e la bussola. In un attimo è tutto pronto per fotografare la trincea.

 

Metti la palina a piombo, orienti la freccia, posizioni la lavagnetta a favore di camera.  1,2,3… click.

 

E giusto in quel momento qualcuno passa tra te e il tuo soggetto!

 

Mantieni la calma e riprovi.

 

Click.

 

Perfetto.

 

Approfittando di un attimo di distrazione degli operai prendi pure le misure delle sterili stratificazioni, così mentre loro metteranno in opera le tubazioni ti farai uno schizzo. Una volta a casa poi la tua “opera d’arte” dovrà diventare una bella, quanto poco utile, sezione disegnata con Autocad o software affini.

 

Visto che ci sei poi, ti siedi sul ciglio del marciapiede, tiri fuori il block-notes e abbozzi il giornale di scavo.

 

Dopo un po’ guardi l’orologio, sono quasi le 12.

 

Tra un po’ ci sarà la pausa pranzo. Meno male.

 

Mezzogiorno: scatta l’anarchia!

 

Chi si rifugia sul camion, chi corre a comperare il pranzo, chi decanta le doti culinarie della moglie e tu, senza dare nell’occhio, ti rifugi nel bar più promettente. La mission della scelta del bar non è tanto la ricerca del cibo migliore. E nemmeno di quello più economico. Il bar serve per rinfrescarsi d’estate, scaldarsi d’inverno e avere una toilette a disposizione in tutte le stagioni.

 

Mentre ti mangi un panino, portato da casa, bevendo un bibita acquistata in loco per poter usufruire dei confort suddetti, hai un solo pensiero: quando finiranno di scavare oggi? E soprattutto: quante possibilità ci sono che nel corso di questo lavoro io faccia qualche rinvenimento?

 

Perché è quello che metterà alla prova la tua abilità da archeologo, ma non quella teorica o tecnica o stratigrafica. No, quella caratteriale. Perché è nel preciso momento in cui dirai, a voce alta o bassa, “fermate la ruspa” che si scateneranno delle dinamiche di guerra di cui ovviamente all’università non ti avevano parlato.

 

Improvvisamente tu, l’archeologo, diventerai il nemico, e tutti gli sguardi e le parole di chi ti sta attorno andranno in una direzione sola: convincerti che hai avuto un’allucinazione, che quel muro non esiste e che “non possiamo perdere tempo”.

 

Ed è lì che cambierai profilo professionale, da archeologo ti trasformerai in PR: in cantiere arriveranno geometri, ingegneri, direttori dei lavori, capisquadra.

 

A tutti andrà spiegato che bisogna allargare l’area di scavo, che bisogna procedere con la pulizia archeologica del settore, che si dovrà rilevare la struttura e che a partire da questo momento tutto fa capo a te.

 

L’unico tuo alleato sarà il funzionario della Soprintendenza che, prontamente avvertito, arriverà in cantiere, farà un sopralluogo e imporrà delle direttive da seguire.

 

Alea iacta est.

 

A questo punto l’andamento umorale della tua giornata dipenderà dalla squadra con cui lavori.

 

Se tutti si dimostreranno collaborativi, alla fine delle ore di cantiere, tornerai a casa stanco ma soddisfatto.

 

Se invece si instaurerà un clima da guerra fredda rincaserai con un pensiero fisso: ma chi me l’ha fatto fare?

 

Antonia Falcone (@antoniafalcone)

Paola Romi (@opuspaulicium)

 

 

Il post è stato scritto per il Day of Archaeology 2014

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Traduzione di Domenica Pate (@domenica_pate)