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Foto credit: @OpusPaulicium

15 domande a… Marina Lo Blundo, assistente museale e blogger

Marina lo Blundo è assistente alla vigilanza museale e blogger.

 

Laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università di Genova, ha da poco terminato il dottorato di ricerca in Storia e Conservazione dell’Oggetto d’Arte e d’Architettura all’Università di Roma Tre.

 

Pioniera dell’archeoblogging, nel 2008 ha fondato il blog Generazione di Archeologi e oggi cura i contenuti dei blog della Soprintendenza archeologica della Toscana e del Museo Archeologico Nazionale di Venezia.

 

Il suo lavoro ufficiale è quello di Assistente alla vigilanza per il Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

 

Le abbiamo rivolto 15 domande a cui rispondere al volo.

 

*

 

 

1 – Nome?

 

Marina Lo Blundo.

 

2 – Età (vera o mentale)?

 

Vera 33; mentale spesso e volentieri tra i 17 e i 23 (chiedete in giro, ve lo confermeranno).

 

3 – Segni particolari?

 

R moscia. Inascoltabile soprattutto se abbinata alla C e alla T aspirate, nonché alla C e alla G strascicate (acquisite in questi anni a Firenze). Aggiungeteci anche che ho un accento sporchissimo fatto di toscanismi inseriti qua e là nella cadenza genovese a sua volta inquinata dalle mie origini nella Riviera di Ponente. Capite bene che è preferibile per me scrivere, piuttosto che parlare in pubblico…

 

4 – Perché hai scelto di fare l’archeologa?

 

Perché sinceramente non avrei saputo cos’altro fare.

 

5 – Perché fai ancora l’archeologa?

 

Perché sinceramente non saprei cos’altro fare. Scherzi a parte, ringrazio il Cielo di avermi fatto vincere il famoso concorso per Assistenti alla vigilanza nei musei statali del 2008: se non l’avessi vinto non so cosa farei oggi. Di lavoro retribuito almeno. Ma l’archeoblogger la farei indipendentemente. Mi piace, è parte di me. Non ne potrei fare a meno.

 

6 – Che lavoro farai da grande?

 

Stante la recentissima riforma del MiBACT con la creazione della Direzione Generale dei Musei, credo proprio che farò l’Assistente alla Vigilanza a vita. Spero almeno di restare all’Archeologico di Firenze: non potrei pensare di vivere lontano dalla mia Chimerina…

 

7 – Descrivi in tre righe cosa non va nel tuo lavoro.

 

L’assistente alla vigilanza così come viene inteso dalla maggior parte della vecchia generazione di funzionari svilisce totalmente il personale entrato col nuovo concorso, che si ritrova a stare su un panchetto quando potrebbe essere speso utilmente per altri compiti all’interno delle Soprintendenze.

 

Detto questo, nella quotidianità del mio lavoro non vanno le piccinerie e i dispettucci tra custodi e la sciatteria, a tutti i livelli, nell’affrontare i problemi di gestione del museo.

 

8 – Un genio può esaudire un tuo desiderio riguardante l’archeologia in Italia. Cosa chiedi?

 

Gente savia al MiBACT. Mi piacerebbe che si creasse un circolo virtuoso in cui il Ministero funzioni e faccia ricadere a pioggia sulle altre istituzioni a vario titolo pubbliche e private gli effetti di un buongoverno. Effetti che dovrebbero ricadere anche sui professionisti, da chi si spezza giornalmente la schiena in cantiere a chi fa ricerca, a chi fa comunicazione. Utopia. E vabbè.

 

9 – Se ti reincarnassi in un/a fiorentino/a famoso, chi vorresti essere?

 

Giovanni Poggi, Soprintendente alle Belle Arti durante la II Guerra Mondiale e in particolare nell’Estate del ’44, quando Firenze fu bombardata e poi liberata dagli Alleati. Forse non è un fiorentino famoso, ma sarebbe bene che lo fosse. Egli difese strenuamente il patrimonio artistico fiorentino, le collezioni degli Uffizi e di Palazzo Pitti in particolare, seguì personalmente il trasporto delle opere d’arte in rifugi sicuri fuori Firenze, difese ad ogni costo i capolavori dai furti più o meno legalizzati dei Tedeschi, rischiò molto in nome dell’Arte che difese ad ogni costo.

 

Persona che antepose la salvaguardia del patrimonio artistico ad ogni altra cosa; il suo non fu semplicemente un lavoro, ma una vocazione, una missione. La storia di Poggi si conosce poco, soprattutto fuori Firenze, ma fu un supporto molto importante per i Monuments Men che lavorarono in Toscana tra il 1944 e il 1945. Senza la sua attività probabilmente molte opere d’arte sarebbero andate perdute, cadute in mano ai Tedeschi e/o distrutte per sempre.

 

Ora giochiamo:

 

10 – Che libro butteresti giù da Ponte Vecchio: Etruscologia di Massimo Pallottino o Introduzione allo studio dell’Etrusco di Mauro Cristofani? Perché?

 

Ehm… posso dire che non ho mai letto né l’uno né l’altro? No, oddio, Introduzione allo studio dell’Etrusco dev’essermi passato per le mani però, ecco, non ha lasciato molto il segno… (shame on me, ma so a mala pena leggere tincsvil sulla zampa della Chimera)

 

11 – Una giornata di guardiania al MAF con Massimo Bray o Giuliano Volpe? Perché?

 

Giuliano Volpe non me ne voglia, ma con Massimo Bray mi divertirei un monte a twittare e a far twittare la Chimera (@ChimeraMAF)

 

12 – È l’anno 2100. E’ la fine del mondo prospettata dai Maya (alla fine c’avevano ragione, avevano sbagliato solo l’anno). Puoi scegliere di salvare solo un’opera del Museo: la Chimera, il Vaso François o l’Arringatore? Perché?

 

Eh, la Chimera è la Chimera. Mi dispiace per gli altri, anche se devo ammettere che l’Arringatore mi è sempre stato simpatico. Il Vaso François invece… beh, non sarebbe la prima volta che viene distrutto per la cattiveria di un custode (curiosi di sapere chi fu il primo?).

 

13 – Devi noleggiare un DVD da vedere con la Chimera: scegli L’etrusco uccide ancora o Una notte al museo? Perché?

 

Una notte al museo, che ricorda a lei le sue scorribande notturne per i corridoi e a me tutta la fatica che devo fare ogni volta per domarla. Vi ho mai raccontato di quella volta che l’ho trovata a giocare a scacchi con l’Obesus di Chiusi e Larthia Seianti?

 

14 – Di chi faresti volentieri a meno? Del turista fai da te che “Scusi, ma per il Colosseo, devo girare dopo Piazza della Signoria?” oppure della neolaureata che “io vorrei lavorare in un Museo e lo farei anche gratis”? Perché?

 

Andrò un po’ controcorrente, però farei a meno non tanto del turista fai da te quanto del “visitatore ad ogni costo”, quello che siccome ha comprato una card per entrare in tutti i musei del mondo deve per-correrli tutti, senza avere alcuna idea di quello che sta guardando. Senza sapere neanche dove si trova.

 

E purtroppo, e andrò ulteriormente controcorrente, iniziative come la #domenicaalmuseo non fanno altro che evidenziare questa situazione. Le folle oceaniche che si riversano al museo approfittando del biglietto gratuito semplicemente attraversano il museo: una percentuale molto bassa è davvero interessata e visita con cognizione di causa o quantomeno con interesse. Ma la maggior parte, mi dispiace dirlo, non ha assolutamente idea di dove si trova; per costoro essere al museo archeologico o alla pinacoteca o in un centro commerciale non fa nessuna differenza. Non lo dico così tanto per dire, ma in base a lunghe osservazioni in sala.

 

La neolaureata che lavorerebbe anche gratis mi fa solo tenerezza. A meno che, certo, non arrivi con l’atteggiamento borioso di chi ha capito tutto della vita (e purtroppo ce n’è a giro): ricordo, quand’ero stata appena assunta, che in museo a Firenze c’erano due studentesse stagiste; ricordo l’aria di sufficienza con cui guardavano noi che eravamo “solo” custodi. Non so, sinceramente, che fine abbiano fatto.

 

15 – La tua definizione di archeologia.

 

Per me l’archeologia è una disciplina “sociale”: il fine ultimo di ogni ricerca archeologica è la restituzione alla comunità di un tassello della sua storia, antica o meno antica che sia. Per questo a mio parere non si può prescindere dalla comunicazione e dal racconto. Non c’è archeologia se manca il racconto, ma il racconto ha bisogno di qualcuno cui lo si racconti.

 

Quella degli archeologi è una missione “sociale”, non mi stancherò mai di dirlo. Se ci dimentichiamo del nostro Patrimonio perché non ne conosciamo il valore e non lo riconosciamo come nostro, è un danno per la società. Guardate cos’è successo a Mosul, se volete avere un esempio forte di ciò che intendo.

 

[Photo credit: Paola Romi @OpusPaulicium]

 

 

(@pr_archeologo)

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15 domande a… Diletta Menghinello, archeologa on the road

Diletta Menghinello è archeologa e blogger.

 

Laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università della Tuscia di Viterbo, si è specializzata presso l’Università la Sapienza di Roma.

 

Archeologa on the road, ha maturato un’esperienza pluriennale nell’assistenza archeologica e nell’archeologia preventiva.

 

Dal 2009 gestisce il Gruppo Facebook USCIRE DAL TUNNEL DELL’ARCHEOLOGIA SI PUO’!!! e nel 2014 ha fondato il blog Archeopatia. Soliloqui, deliri, peregrinazioni e allucinazioni della parafilia dell’antico dai primi sintomi alla completa remissione.

 

Le abbiamo rivolto 15 domande a cui rispondere al volo.

 

Buona lettura!

 

*

 

1 – Nome?

 

Diletta Menghinello [disambiguazione: Diletta è il nome].

 

2 – Età (vera o mentale)?

 

Anagrafica 36. Mentale: a volte 7, a volte 65. Mediamente i conti tornano.

 

3 – Segni particolari?

 

Cinica tendente al nichilismo.

 

4 – Perché hai scelto di fare l’archeologa?

 

Qui devo evocare la nerd che è in me e parlare di “stratigrafie”, se non archeologiche, mentali. Substrato etrusco, madre amante della materia, immotivata avversione per il ben avviato studio paterno da geometra e cieca adesione al dogma radical chic acquisito al liceo classico che la cultura umanistica prima o poi paga. Il tutto drasticamente aggravato dal tentativo non riuscito di laurearmi in Giurisprudenza.

E il fatto che adesso io passi la maggior parte del tempo nei cantieri a rincorrere geometri e ingegneri vari rispettivamente a 1/2 e 1/4 del loro stipendio lo considero un capolavoro di ironia. La vita spesso ha un grande senso dell’umorismo.

 

5 – Perché fai ancora l’archeologa?

 

Perché a parte questo e la cameriera non so fare altro. E il secondo è un lavoro terribilmente faticoso.

 

6 – Che lavoro farai da grande?

 

Sfrutterò in modo ignobile gli averi dei miei avi aprendo B&B e orticelli bio con il recondito pensiero di riservarmi un pezzetto di terra su cui scavare abusivamente nei momenti di noia.

 

7 – Descrivi in tre righe cosa non va nel tuo lavoro.

 

Corruzione e clientelismi vari connaturati all’italico sistema di risoluzione dei conflitti tra pubblico e privato che rendono la qualità del lavoro un optional (se non direttamente un elemento di disturbo) e la finalizzazione ultima dell’archeologia – che è pur sempre una scienza sociale – una pura utopia. La mancanza di una normativa adeguata fa il resto.

 

8 – Un genio può esaudire un tuo desiderio riguardante l’archeologia in Italia. Cosa chiedi?

 

Un Ministro dei Beni Culturali tedesco.

 

9 – Se ti reincarnassi in una delle figure professionali che si incontrano in cantiere chi vorresti essere?

 

Un certo tipo di funzionaria. Quella che arriva scocciata con un ritardo di circa due ore e mezza nel tuo cantiere lustrato per l’occasione, che ti illumina sulla sua meritoria ascesa alla poltrona ereditata dal prozio defunto mentre due valletti le infilano scarpe antinfortunistiche intonse e che se ne va dopo 5 minuti servita e riverita, senza aver colto a pieno la differenza tra una sezione e una pianta. Godrei certamente dei miei primi momenti di gloria sul posto di lavoro. Strano Paese l’Italia…

 

Ora giochiamo:

 

10 – Che libro butteresti dalla torre: Storie dalla terra o L’arte romana nel centro del potere? Perché?

 

Senza nulla togliere al primo, il libro di Bandinelli è una tappa obbligata per lo studente di archeologia e non solo: ben scritto, affascinante, una meravigliosa avventura dell’anima che ti porta a concludere che in fin dei conti hai fatto la scelta giusta nella vita. Forse solo per questo dovrei buttarlo dalla torre. Ma alla fine no, lancio l’altro!

 

11 – Una birra dopo il lavoro con Massimo Osanna o Giuliano Volpe? Perché?

 

Osanna. Alla terza gli estorcerei la promessa di un lavoretto a Pompei.

 

12 – A cena fuori con Bray o Franceschini? Perché?

 

Franceschini. Qualcosa di quell’uomo mi dice che si offrirà volontario per pagare il conto.

 

13 – Puoi scegliere un “archeologo famoso” disposto a passare una giornata con te a guardare l’escavatore. Chi vorresti?

 

Edward C. Harris. Una volta resosi conto del sadismo del suo matrix applicato all’archeologia d’emergenza e fatta pubblica ammenda, acconsentirebbe di sicuro a tornare senza traumi a “strato alfa” e “strato beta”, facendo la felicità di migliaia di archeologi nel mondo.

 

14 – Di chi faresti volentieri a meno in cantiere? Umarells o un caposquadra piacione?

 

Umarells. Mentre infatti il piacione si autodistrugge in tre giorni passando brevemente dal viscidume all’aperta ostilità (a meno che non ci stiate, allora è tutto un altro discorso), il vegliardo ex-ruspista classe ’23 passato indenne ad almeno un conflitto mondiale e agli anni di piombo è praticamente indistruttibile.

 

15 – La tua definizione di archeologia.

 

L’archeologia è soprattutto un disturbo mentale di tipo maniacale. Analizzandola più benevolmente, è quella scienza che, attraverso un impianto teorico da astrofisica ed una rigorosa metodologia chirurgica, si propone di dare risposte perennemente incerte a quesiti ormai passati di moda. Come si vede, anche così si ritorna alla prima definizione.

 

 

 (@pr_archeologo)

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EA: Emergenza d’Archeologia (Episodio quinto) ~ di Paola Romi

1.05 – Tempi Moderni

 

Ci sono periodi in cui la sorte ci assiste, la fortuna ci aiuta e la nostra bravura ci supporta.

 

Ci sono cantieri in cui la fortuna ci arride ed il rinvenimento di complesse preesistenze ci conforta. Ci sono momenti in cui davanti alla ricchezza del sottosuolo e del passato ci convinciamo che non abbiamo sbagliato mestiere.

 

Ci sono giorni, mesi, e a volte anni in cui pensiamo che le nostre tribolazioni professionali abbiano un senso. E il senso è lì, davanti ai nostri occhi, sotto le nostre mani.

 

Poi, spesso, arrivano grigi attimi in cui tutto viene avvolto in sudari di tessuto non tessuto. Seguono lunghi giorni in cui guardando la ricopertura dello scavo ci viene voglia di vestire di nero. Ci sono volte in cui ciò non succede, ma troppo spesso sì. E alla fine di gioiose giornate, gravide di scoperte e problemi, ci  sentiamo come un ingranaggio.

 

Ci sentiamo strumento  di speculazioni e complici dello scempio del territorio.

 

Alla fine ci viene il dubbio di essere parte di una catena di smontaggio.

 

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Paola Romi, l’autrice di questo post è su Twitter: @OpusPaulicium

 

Da oggi Paola entra ufficialmente a far parte dello staff di Professione Archeologo. Benvenuta a bordo, Paola!

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Vita da archeologi: la mia esperienza ~ di Caterina Ottomano

Vi presentiamo oggi con grande piacere il post inviatoci da Caterina Ottomano, tra le prime ad essere entrata in contatto con Professione Archeologo e ad averci dato il suo sostegno.

 

In questo articolo troverete condensata la sua particolarissima esperienza di vita, che fornisce interessanti spunti di riflessione a tutti noi.

 

Caterina ci interroga su una questione cruciale del nostro percorso formativo e professionale: essere e fare gli archeologi può essere  un mestiere duraturo o rappresenta un intervallo che presto lascia il posto alla necessità di avere un lavoro vero? Può l’archeologia diventare una vera professione?

 

Grazie Caterina!

 

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Quando mi sono iscritta a Scienze della Terra a Milano non avevo la benché minima intenzione di occuparmi di archeologia, certo mi interessava molto la storia, ma la cosa finiva lì.

 

La mia tesi di laurea è consistita nel rilevamento geologico dei terrazzi fluviali e fluvioglaciali del territorio a nord di Novara e nell’analisi sedimentologica dei depositi che li costituivano, si trattava quindi di geologia del Quaternario, un campo nuovo a Milano.

 

All’epoca, all’inizio degli anni ’80, molti laureati in geologia venivano impiegati all’AGIP, nella ricerca degli idrocarburi e anch’io pensavo di dover/poter fare la stessa fine. Però, a sparigliare le carte è arrivato in dipartimento da Reggio Emilia un giovane ricercatore: Mauro Cremaschi, quaternarista e geoarcheologo, appunto. Lui mi ha seguito sulla parte della mia tesi dedicata ai depositi eolici e poi ha proposto a me e ad altri colleghi di andare a scavare una settimana nel sito paleolitico di Isernia la Pineta, che era stato scoperto da pochi anni. L’ho fatto, ci sono andata, mi sono intossicata con il paraloid, ho vomitato per due giorni e ho giurato a me stessa che non avrei mai più scavato.

 

Detto fatto, dopo la laurea, nel 1986, su consiglio ed incitamento di Cremaschi ero presidente di una cooperativa di geologi litigiosi che ricordava l’armata Brancaleone e a luglio trepidante e sudata ho partecipato al primo scavo: un sito dell’età del ferro vicino ad Alessandria in mezzo al mais e alle zanzare.

 

Con l’autunno sono stata reclutata da una ditta di Milano – la cui socia ‘anziana’ aveva la bellezza di 32 anni – negli scavi urbani di via Moneta e lì ho conosciuto una serie di archeologi inglesi ridotti alla fame dai tagli della Tatcher e giunti in Italia perché allettati dal lavoro abbondante e dalle buone paghe.

 

Tenete conto che gli anni ’80 e ’90 sono stati un momento d’oro per l’archeologia per la gran quantità di opere grandi e meno grandi che si sono effettuate sia in contesto urbano che extraurbano; moltissimi archeologi si sono formati allora ed alcuni sono gli stessi, invecchiati e inaciditi, che dirigono alcune società o cooperative con cui avete a che fare. All’epoca, però, tutti erano felici, entusiasti e giovani, soprattutto.

 

Nel tempo, pur continuando a scavare, mi sono specializzata in archeomicromorfologia – che consiste nello studio al microscopio di suoli e terreni antropici – ed in analisi del rischio archeologico. In quanto professionista ho lavorato in ambiti di ogni genere dal paleolitico al postmedioevo, ma la maggior parte delle analisi micromorfologiche le ho eseguite su campioni provenienti da siti pre-protostorici. Ho partecipato ad alcune campagne di scavo nel Pakistan del sud con l’Università di Venezia e in Libia con l’Università di Roma La sapienza.

 

Il mestiere dell’archeologo, lo sapete, non è tutto rose e fiori: con gli ispettori di soprintendenza i rapporti sono sempre tesi e difficili, il professionista è spesso visto come una cazzuola attaccata ad un braccio, avida e priva di spessore scientifico; non è vero, naturalmente, alcuni miei colleghi sono ora funzionari o soprintendenti, altri lavorano in università; sono una minoranza comunque, considerando che siamo partiti in moltissimi. Non parliamo delle imprese edili con cui si ha a che fare, che ci vedono come il fumo negli occhi, che sono sempre pronte a gettare la croce dei ritardi sugli ‘scavi’ e che appena ti volti ti devastano ettari di abitato.

 

Che dire poi dei kilometri percorsi su macchine scassate e rumorose, di milioni di ore dormite in pensioni di infino ordine, in aule di scuole elementari, in palestre puzzolenti? E i pagamenti, che man mano che la crisi economica procedeva impiegavano più tempo ad arrivare, e giù telefonate di sollecito. Questo è un lavoro per giovani; più il tempo passava più io mi rendevo conto di essere stanca, di volere stare un po’ casa, e poi, la cosa più grave, non ce la facevo più a lavorare in cantieri di speculazione edilizia, in cui il cemento subentrava alla campagna o alle poche aree libere in città.

 

Nel 2003 ho tenuto un corso a contratto all’Università di Genova che ha avuto come argomento la geopedologia e la micromorfologia e agli studenti che lo frequentavano ho consigliato vivamente di intraprendere una carriera diversa o, comunque, di tenersi aperta un’altra porta. Alcuni mi hanno ascoltato.

 

Poi, nel 2004, dopo un mese di fila passato a non dormire, ho deciso: basta scavi, non ne posso veramente più. Ho aperto un piccolo negozio di modernariato e vintage nei vicoli di Genova, mantenendo solo l’attività di consulenza geoarcheologica. Ora mi sono spostata con l’attività in una bella strada turistica e devo dire che per fortuna ho approntato il piano B, perchè anno dopo anno, le richieste di analisi e di assistenza sono sempre meno e i pagamenti arrivano sempre più tardi o non arrivano.

 

 

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Cosa ho imparato su “I Social Media per la Cultura” a Firenze (da generazione di archeologi)

Mercoledì 27 febbraio 2013 ho assistito al workshop “I Social Media per la cultura. Una risorsa per la crescita” tenutosi a Palazzo Strozzi a Firenze. […]

Da blogger attiva sui social network – in prima persona su twitter – non posso non essere interessata ad approfondire il tema dei social media per la cultura: è da quando scrivo sui blog di archeologia che sono assolutamente convinta dell’importanza di seguire l’evoluzione della comunicazione online, che va molto più veloce di quanto possiamo immaginare. Da autodidatta quale sono, quello che finora ho imparato sui social media, sulla comunicazione online, sulla reputazione online mi è stato senza dubbio prezioso, ma non è sufficiente.

Così, dato che sono un’archeologa che avrebbe la pretesa di parlare di comunicazione archeologica, ma che non ha una formazione in materie di comunicazione, posso solo aggiornarmi con ciò che la rete mi propone. La mia attuale esperienza col museo archeologico di Venezia mi ha dato lo stimolo ulteriore per approfondire l’argomento. Il workshop mi ha invece fatto notare quanta strada devo ancora fare per potermi definire un’esperta di social media per la cultura.

 

continua

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EA: Emergenza d’Archeologia (Episodio secondo) ~ di Paola Romi

1.02 – STAR WARS II – L’attacco dei cloni

 

L’università è finita, o quasi, ormai la famiglia ci ha trasmesso una di quelle malattie che si chiamano etica e/o necessità del lavoro, purtroppo la vita accademica non ci entusiasma. Oppure, confessiamolo, nell’Accademia non c’è posto per noi. Ed eccoci qua, con un sorriso Durbans degno del migliore spot, alle prese col nostro primo lavoro. Finalmente non più semplici numeri ma persone, professionisti.

 

Svegliamoci, svegliatevi.

 

O è un sogno, o siete finiti nella versione radicalchic di The Truman Show. Perché se c’è una regola che vige in tante realtà dell’archeologia di emergenza è l’assoluta ininfluenza di CHI lavora. Nella maggioranza dei casi non conta chi sei, non serve sapere quali sono le tue attitudini e, soprattutto, bisogna accontentarsi. Un esercito di figurine da spostare sul tabellone del territorio. Così se Pikachu è da 20 giorni a Osteria del Suburbio perché farlo lavorare tranquillo? Spostiamolo di 45 km, non verso casa sua, bensì in una terza direzione, e mandiamolo sulla via Disperatina così Bulbasaur lo posizioniamo a vicolo degli Altrui Privilegi, che lui sai, è amico della mia … .

 

Va bene, ci piacciono tanto i giochi di ruolo, dobbiamo fare la gavetta, ma non vorremmo da soli alzare il PIL dell’Arabia Saudita e friggerci perennemente il cervello per scambiare dati al telefono col collega che “c’era prima”. Anche perché non c’è niente di più indisponente del sentire qualcuno che ribadisce, con la simpatia di Gollum, che Ermengarda però, non si comportava come te. Ma IL Problema dell’essere numeri non è solo ed essenzialmente questo. Perché brave cooperative e società esistono, pare: tuttavia per cercare di perdurare in questa condizione ontologica, l’esistenza appunto, devono confrontarsi col mercato. E quindi il giovane Holden, no scusate, il giovane Archeologo, oltre che mobile, qual piuma al vento, deve anche essere economico. Non che esista una reale contrattazione, questo è, se lo vuoi bene, altrimenti ce ne sono tanti fuori. Tutti uguali, tutti affamati, anche senza conoscere Steve Jobs.E se non sono il top, meglio. Se ti possono criticare tenerti sotto controllo è più semplice.

 

La forza di questi sistemi tuttavia è la nostra disperazione e la nostra relativa disattenzione. Quindi, se ci riflettiamo, scardinarli dovrebbe essere semplice.

 

Se l’ “esercito” è fatto di cloni, senza cloni l’ “esercito” non esiste.

 

Voi vi sentite ancora cloni, per caso?

 

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P.S. Per una riflessione meno ironica sull’annosa questione dell’equa retribuzione e dell’inquadramento professionale in campo archeologico si vedano le posizioni ed i siti delle associazioni di categoria ormai fortunatamente esistenti.

 

Paola Romi, l’autrice di questo post è su Twitter: @OpusPaulicium

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Storia di un’archeologa che ‘se l’è andata a cercare’ (da archeologhe che (r)esistono)

Giornata di cantiere su una strada a Torrimpietra (Fiumicino), non lontano dal Castello dove sono state festeggiate le nozze della Carfagna. Il posto sarebbe bellissimo, non a caso sottoposto a vincoli di ogni genere, ma al momento è una discarica a cielo aperto e soprattutto luogo prediletto per prostitute e clienti che si appartano (in 5 giorni di lavoro mi sono fatta una bella cultura!).
Venerdì alle ore 12 ho pensato di fare due passi… così, per vedere il castello… nonostante i miei abiti da cantiere (sinceramente contro ogni tentazione) un auto con un uomo si accosta insistente…

continua