Carica dei #500funzionari al MiBACT

La carica dei #500funzionari: alcune domande

L’abbiamo detto tante volte: diventare archeologi presuppone un lungo percorso formativo.

 

Si parte con la laurea triennale (anni 3), si procede con la magistrale (anni 2). Poi si approda alla specializzazione (anni 2). Per i più temerari si apre il percorso da dottorandi (altri 3 anni) coronato dal post-doc se si vuole intraprendere la carriera da ricercatori.

 

A questi titoli si affianca l’esperienza pratica, sul campo o in laboratorio, che affina le conoscenze e le arricchisce, e spesso quando si lavora in quella che viene chiamata “archeologia preventiva” sui cantieri delle grandi opere, dei lavori pubblici, si connota come vero e proprio lavoro in trincea.

 

Un percorso lungo, dispendioso e non facile, che comporta molta fatica e sacrifici.

 

Se guardiamo però alle condizioni di lavoro di molti archeologi, alla media dei loro guadagni annui o all’alto tasso di abbandono della professione, il dubbio viene: a cosa serve collezionare titoli come punti del supermercato? A sentirsi più preparati? Certo, ma forse anche a prendere tempo visto che le opportunità di lavoro sono sempre più scarse. Serve a seguire la propria vocazione da ricercatori? Anche quello, eppure la strada della ricerca non è certo più semplice di quella dell’archeologia commerciale.

 

In molti casi poi non si tratta di una scelta: per esempio la V.I.Arch può essere redatta solo da archeologi in possesso di diploma di specializzazione o dottorato. Non è un dato da sottovalutare, perché tanti archeologi, per esempio, si iscrivono alle certo non economiche scuole di specializzazione proprio per questo motivo, e per avere qualche possibilità in più nell’eventualità di concorsi pubblici.

 

Appunto, concorsi pubblici.

 

È passato oltre un mese dall’annuncio di 500 future nuove assunzioni al MiBACT in pianta stabile.

 

Constatato il fatto che “500… qualcosa” is the new black al Collegio Romano, avevamo tutti archiviato la notizia tra i buoni propositi per il 2016.

 

Un generale plauso all’iniziativa è stato seguito da dubbi e molte domande, in particolare sulla natura dei profili che saranno richiesti per certe figure. Per esempio, ottima la novità del profilo comunicazione, cosa di cui i nostri beni culturali hanno assolutamente bisogno, ma non è ancora chiaro quali saranno i requisiti dei potenziali candidati.

 

Secondo le prime indiscrezioni il profilo richiesto potrebbe essere quello di laureati in economia e scienze della comunicazione o affini, e qui sarà la nostra attività di archeoblogger, ma ci sembra quanto meno un’occasione mancata quella di non includere gli addetti al lavoro, archeologi, storici dell’arte e via dicendo, dal momento che si tratta oggi di figure sfaccettate e dalle molteplici competenze, non ultima quella appunto di comunicatori e divulgatori.

 

Nel dubbio, l’unica è attendere il bando, abbiamo pensato.

 

Beh, il bando non è ancora uscito, ma nel frattempo c’è stata un’importante novità: lo scorso lunedì è stato approvato in Commissione Bilancio al Senato un emendamento che permetterà l’accesso al concorso per funzionario anche a chi è in possesso di semplice laurea triennale in beni culturali (classe L-01).

 

Lo ammettiamo, siamo perplesse. E a quanto pare non siamo le uniche.

 

In questi ultimi giorni ci sono state diverse prese di posizione negative sulla questione, dalla decisa opposizione del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, presieduto da Giuliano Volpe, al comunicato del Coordinamento Archeologi che riunisce le principali associazioni di categoria ed esprime “ferma contrarietà”. Si sono opposti anche gli storici dell’arte e le guide turistiche di Roma, l’ADI, l’associazione dei dottorandi e dottori di ricerca e la Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’arte.

 

Non sono mancate le polemiche, ma al di là della differenza di opinioni il dubbio rimane.

 

È giusto abbassare i requisiti di accesso sinora richiesti per la qualifica di funzionario?

 

Perché alla fine di questo si tratta.

 

Aspettiamo il bando per fare tutte le valutazioni del caso, ma se il concorso prevederà, com’è probabile, anche una valutazione dei candidati per titoli, quante chance avranno i giovani triennalisti nei confronti di persone molto più titolate?

 

In attesa di leggere il bando e avere qualche risposta, abbiamo voluto coinvolgere nel dibattito la nostra community e martedì scorso abbiamo lanciato su Twitter un sondaggio.

 

Non si tratta, ovviamente, di un dato statistico, ma ci sembra interessante e utile a capire l’umore che l’emendamento ha suscitato tra gli addetti ai lavori e chi studia per diventarlo.

 

 

 

 

 

 

E voi, cosa ne pensate?

 

È giusto aprire anche a chi è in possesso della sola laurea triennale la possibilità di concorrere di diventare funzionario del MiBACT oppure le responsabilità previste richiedono qualifiche più alte? Sono sufficienti solo i titoli oppure l’esperienza sul campo dovrebbe avere maggior peso, e in tal caso, che tipo di esperienza?

 

Insomma, vogliamo sapere come la pensate, quindi sotto coi commenti!

 

@antoniafalcone

@domenica_pate

@OpusPaulicium

 

 

 

Archeologhe in shorts e con pistola: parliamone (vedi alla voce stereotipi)

Oggi parliamo di stereotipi e in particolare di stereotipi femminili legati al mondo dell’archeologia.

Lo spunto per questo post viene da una notazione fatta dall’archeologa e ricercatrice Giulia Facchin sul gruppo Facebook #archeognock (questi i link ai suoi guest post scritti per Professione Archeologo).

Ok, immaginiamo già le facce a punto interrogativo quindi prima di andare avanti rispondiamo alla domana: cos’è #archeognock? È la community delle donne del mondo dei beni culturali, un gruppo (chiuso) nato lo scorso settembre da un’idea di Domenica Pate e che ha lo scopo di condividere idee, spunti e fare rete, in tutto in un clima da aperitivo con le amiche. Vi abbiamo fatto venire voglia di iscrivervi? Bene. Potete farlo qui.

Facciamo un passo indietro allora. Dicevamo, stereotipi.

Immaginate la protagonista della nostra storia, Giulia, che in una serata come tante si siede sul suo divano con in mano una tazza di tè caldo e si appresta a godersi un po’ di relax davanti alla TV, dopo l’ennesima giornata in cantere tra operai, caffè e 50 sfumature di terra.

Stasera in programma, l’ultimo episodio andato in onda di Castle, il poliziesco americano in cui il lui della coppia è un celebre (e un po’ eccentrico, ma nel senso buono) scrittore. C’è l’omicidio, inizia l’indagine, tutto normale, finché  i due detective della Omicidi visionano lo spezzone di un vecchio film di azione, una cosa alla Arma Letale, se vogliamo.

La scena è piena di suspance. Il cattivo del film ha rapito una giovane archeologa per… boh, non lo sappiamo bene il motivo, ma quello che colpisce Giulia (e quindi poi anche noi che ci siamo andate a guardare la scena) è come diavolo era conciata quest’archeologa: rossa di capelli, in shorts che più short non si può, e top aderente, con una piega talmente ben fatta che altro che appena uscita dal parrucchiere e trucco, ovviamente, perfetto. Ah, aveva anche la frusta attaccata alla cintura. Infine, particolare da non sottovalutare, bella, così bella che i due detective di Castle… non credono che sia un’archeologa!

“Non è per niente credibile” esclamano, con tono che lascia intendere che, ragazzi, non scherziamo, mica sono così belle le archeologhe!

Vabbè, dopo esserci fatte una risata dell’insolenza dei due detective, sorgono delle domande:  per essere prese sul serio come archeologhe bisogna essere brutte o quantomeno socialmente improponibili? E in modo antitetico perchè invece lo stereotipo dell’archeologa bella e svestita (o vestita con abitini aderenti) è duro a morire?

A Lara Croft hanno dedicato una serie di film al cinema, mentre pochi anni fa c’era una serie TV dedicata ad un personaggio femminile che era una sorta di incrocio tra Lara Croft e Indiana Jones.

Se torniamo alla televisione italiana c’è un altro esempio che negli ultimi anni è stato più volte segnalato: la puntata della serie dedicata all’Ispettore Coliandro di RaiDue, bello e canaglia che va in giro per Roma credendo di essere Callaghan. In una puntata si imbatte in una escort dai gusti raffinati, nel senso che tra i suoi DVD annovera addirittura Fellini, Kurosawa e Antonioni. Il mistero è presto svelato: la ragazza disillusa, appassionata di cinema d’autore, è un’archeologa che per tirare a campare, ha abbracciato la professione di peripatetica al grido di “Hai idea di quanto prende un’archeologa se lavora?”

E non è mica finita qui!

Per passare dal piccolo al grande schermo, Anna Marras ci informa che nel film La fame e la sete di Antonio Albanese, alla ragazza che studia archeologia il protagonista Ivo, industriale emigrato al Nord, risponde “Archeologia? Bella prospettiva rompere i coglioni ai morti!”

E lascia stare che non tutti gli archeologi “scavano i morti”, ma almeno non si parla di fossili, ed è già un passo avanti, rispetto, per esempio, al recente Blue Jasmine, di Woody Allen in cui la protagonista, interpretata da Cate Blanchett, riflette sul suo futuro. Tra le varie opzioni c’è quella di tornare all’università, perché si è sempre pentita di non aver preso la laurea.

 

“Che dovevi diventare?” le chiedono.

“Antropologa” risponde.
“Tipo scavare vecchi fossili?”
“Quella è un’archeologa” risponde lei lapidaria.

 

Ok, forse a ben pensarci, tornare all’università non è una cattiva idea (grazie a Daniela Costanzo per la segnalazione!).

Allora, ricapitoliamo brevemente. Nella narrazione cinematografica/televisiva che abbiamo esaminato la figura dell’archeologa è sostanzialmente ascrivibile ai seguenti modelli:

1. Bella, con corpo da maggiorata e possibilmente con una pistola alla cintola (o frusta, è uguale)

2. Poveraccia che per campare fa la passeggiatrice, ma d’alto bordo. Che non si dica che una laurea non serve eh.
3. Una che scava, non si sa bene cosa, se morti, dinosauri o l’orto per piantare le zucchine.

Ragazze, stiamo messe male.

Soprattutto quando poi entri in un museo e l’”archeologo” è rappresentato così:

 

 

Per fortuna che a rompere gli stereotipi non ci sono solo le ragazze di #archeognock (che sono talmente cool da avere anche un’archeostickers tutta per loro), ma anche iniziative estemporanee che prendono vita sui social media e poi diventano virali, come #inmyshoes, nato dalla lettera di una bambina britannica di otto anni che si è lamentata con un’azienda produttrice di scarpe che non faceva scarpe per bambine con i dinosauri (perché, a loro dire, alle bambine dinosauri e fossili non interessano).

Andate a scorrervi l’hashtag su Twitter, e magari date anche un’occhiata anche a #girlswithtoys, la risposta ad un’infelice battuta di un professore di scienza: troverete tante foto di archeologhe in cantiere, geologhe al lavoro sul campo, ma anche scienziate di tutti i tipi, che indossano scarpe da lavoro o da ginnastica o ballerine o scarpe col tacco perché magari, quel giorno, sono in ufficio e gira così.

L’archeologia, così come tutte le professioni legate al mondo della conoscenza, della ricerca, della cultura, è fatta di donne diverse tra loro, acomunate dalla passione e dal duro lavoro. E questo da sempre, come dimostra lo splendido lavoro portato avanti dal gruppo Trowelblazers, “women in archaeology, geology, and palaeontology”, che racconta il contributo che le donne hanno apportato a queste discipline fin dalla loro nascita, anche se poi pochi lo sanno.

Gli stereotipi, insomma, talvolta da ridere, ma troppo spesso ancora sessisti, reiterati e francamente vecchi, ci stanno davvero tanto tanto stretti.

Ma li smonteremo, uno ad uno, tra un tweet e un post di Facebooke soprattutto con tanta ironia.

 

@antoniafalcone

@domenica_pate

 

 

Di piramidi, tirocini e tweet: beni culturali e la politica dello spot

Sono strani questi giorni tra maggio e giugno per i beni culturali italiani, strani e pieni di notizie e annunci.

 

Provo a fare un riassunto e a proporre qualche riflessione.

 

Il 26 maggio viene inaugurata la mostra “Pompei e l’Europa. 1748-1943”, articolata in due sedi, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e agli scavi di Pompei, e per la quale è stato creato un apposito (e non particolarmente bello, ma questi son gusti personali) sito internet, nonostante la Soprintendenza Speciale per Pompei, Ercolano e Stabia abbia già un bel portale ricco di notizie e approfondimenti. A Pompei la sede scelta è l’anfiteatro, dove più o meno dalla sera alla mattina è comparsa una strana piramide che dovrebbe rappresentare il Vesuvio, ma che lascia perplessa persino la stampa inglese. All’interno, sospesi a mezz’aria su sostegni in metallo quasi fossero opere d’arte contemporanee, venti degli 86 calchi restaurati delle vittime dell’eruzione del 79 d.C., in una scelta espositiva quanto meno di dubbio gusto, figuriamoci definirne il valore storico-scientifico.

 

Il 30 maggio il Ministro Dario Franceschini scrive su Twitter:

 

 

Pochi giorni e viene rivelato che i tirocini, finanziati dal Fondo 1000 giovani, saranno rivolti a laureati di età inferiore ai 29 anni e avranno un compenso lordo di 1000 Euro al mese, che in tempo di crisi non sono male. E poi sono sei mesi a Pompei. Come esperienza dopo la laurea, vuoi mettere?

 

Il 2 giugno in occasione della Festa della Repubblica, viene ufficialmente annunciata una notizia che circolava già da qualche giorno: dal 23 giugno il Quirinale sarà aperto cinque giorni su sette e non più solo la domenica, con due percorsi di visita da prenotare online con almeno sei giorni di anticipo e la possibilità di usufruire di una guida, che sarà affidata a volontari del Touring Club e studenti de La Sapienza, anche loro volontari. Oltre a prevedere il divieto di introduzione di oggetti contundenti, zaini ingombranti e apparecchi fotografici (come la mettiamo con gli smartphone? ), le nuove regole escludono le guide abilitate, che non potranno più accompagnare gruppi di visitatori, ma entrare solo come privati cittadini. Naturalmente, la protesta, su Twitter, non si è fatta aspettare.

 

Lo scorso mercoledì 3 giugno, l’ANSA fa sapere che dopo i Pink Floyd saranno i ragazzi de Il Volo, fenomeno mondiale e vincitori dell’ultimo Festival di Sanremo, il secondo gruppo musicale ad esibirsi negli scavi Pompei, dove la prossima settimana registreranno uno speciale per la TV americana PBS, perché si sa, i luoghi comuni sull’Italia e l’italianità son duri a morire e ogni tanto è il caso di riproporli.

 

Lo stesso giorno, ma in serata, così c’è stato tempo di digerire meglio la prima notizia, arriva un altro annuncio via Twitter del Ministro Franceschini e per un momento, lo confesso, ho pensato (e forse sperato) che fosse il risultato di una violazione di account.

 


L’ironia è davvero troppo facile, e del resto, se c’è qualcosa che noi italiani abbiamo in sovrabbondanza, è proprio quella (questa è la mia risposta preferita).

 

Infine venerdì (il 5 giugno), il Ministro ha fatto sapere che l’idea di cui si era molto parlato quest’autunno, quella di ricostruire l’arena del Colosseo, ispirata da Daniele Manacorda, diventerà realtà: il bando sarà internazionale e secondo le previsioni i lavori dureranno 5 anni e saranno finanziati per circa 20 milioni di euro, la gran parte dei quali fondi pubblici. Nel frattempo, quasi a dare un’assaggio di quel che verrà, è stato ricostruito e verrà presto inserito nel percorso di visita al pubblico, uno dei 28 montacarichi che trasportavano gli animali feroci nell’arena. Una bella storia di archeologia sperimentale questa, nata quasi per caso due anni fa, quando la Providence Pictures, casa di produzione americana, propose la ricostruzione del montacarichi per il documentario Colosseum-Roman death trap del regista Gary Glassman, assumendosi i costi dell’intera operazione (qui il comunicato stampa del MiBACT).

 

Tante notizie, insomma, in questi giorni che scivolano lentamente verso l’estate, che toccano alcuni dei luoghi più rappresentativi del patrimonio culturale italiano, e che, al di là dei contenuti specifici, mettono in luce, se mai ce ne fosse bisogno, che la politica culturale in Italia si fonda ormai su due linee d’azione.

 

Da un lato “grandi eventi spot”, su cui riversare tanti bei soldi, spesso pubblici, ma anche, sempre più di frequente, privati, il che non è affatto una cattiva notizia, almeno a mio modo di vedere, purché i termini siano chiari e si tenga presente il valore intrinseco del bene su cui si va ad intervenire. Essendo “spot”, però, tali interventi tendono spesso a riguardare pochi monumenti ben noti, assurti a simbolo del nostro paese (“il Colosseo nella sua grandiosità è simbolo non soltanto di Roma ma di tutta l’Italia”, dice Franceschini nell’annunciare il progetto dell’arena), mentre tanti luoghi storici e aree archeologiche versano nelle condizioni che tutti conosciamo. A volte, come la futura Biblioteca Nazionale degli Inediti (Sarà un luogo fisico? Dove nascerà? Chi deciderà quali libri conservarci? I miei diari di adolescente saranno accettati?) o la strana mostra dell’anfiteatro di Pompei, i risultati di certe operazioni sono talmente fuori dal mondo e dalla logica che l’unica reazione è questa qua.

 

La logica dei grandi eventi, è anche la logica dei grandi numeri, e così, sempre il ministro Franceschini e sempre su Twitter, sbandiera, ad esempio, “i numeri da capogiro”, dei visitatori degli scavi di Pompei, della Reggia di Caserta e del Colosseo durante l’appuntamento mensile della #DomenicalMuseo, tanto numerosi da mettere a rischio persino l’integrità stessa dei luoghi, letteralmente assaliti da migliaia di persone. Ma siamo sicuri che grandi folle siano sinonimi di “successo”? E che sia questo tipo di successo quello di cui il nostro patrimonio culturale e noi italiani abbiamo bisogno?

 

Dall’altro lato, e sembra quasi un controsenso ma non lo è se la logica che ti guida è lo “spot”, si punta chiaramente al risparmio sulle professionalità.

 

Così il volontario sostituisce il professionista e i fondi a disposizione sono usati per assunzioni anch’esse, in fondo, un po’ “spot”, perché un tirocinio di sei mesi, benché retribuito, non è lavoro, e perché con la frequenza con cui queste forme di lavoro vengono proposte esse diventano a tutti gli effetti una soluzione reiterata di reclutamento a basso costo.

 

Niente di nuovo sotto il sole, davvero, ma il tutto si tinge di un po’ di amarezza, se, alla fine di una nuova presentazione del libro Archeostorie (giovedì scorso a Cosenza, in una bella mattinata piena di spunti e di sano ottimismo), ti ritrovi a parlare con un piccolo gruppo di archeologi che ti rivelano di “aver mollato” o che ricordano colleghi, validi e preparati, che “non ce la facevano più”, che hanno “ripiegato” su altro e ora non fanno più gli archeologi.

 

Quante storie così conosciamo?

 

La domanda, alla fine, è sempre la stessa.

 

Cosa vogliamo farci, noi, con i nostri beni culturali?

 

Vogliamo che siano petrolio, che mette in moto e brucia e si consuma (e inquina)? Perché politica dello spot per me significa questo: è l’inseguire una visibilità che si spera si traduca in ricaduta e sviluppo economico ma che non lo farà perché dietro manca una progettualità coerente.

 

Oppure vogliamo che il nostro patrimonio culturale sia humus, da proteggere e conservare, sì, ma anche da studiare e conoscere, da valorizzare e grazie al quale costruire nuova cultura, nuovo sviluppo sostenibile, comunità vere radicate nel territorio? 

 

E su cosa vogliamo puntare se non sulle persone, sulle competenze, sull’innovazione, sulla creatività, sulla loro passione?

 

Io la mia risposta ce l’ho, ma devo dirlo, certe volte, non è per niente facile.

 

domenica_pate

precariato archeologia partita IVA

Dell’IVA e della solidarietà. Storie di straordinaria attualità #2

Logos – 24 aprile

 

Da due mesi di intenso e condiviso lavoro che ha visto insieme moltissime associazioni, non solo di categoria, sono scaturiti una serie di punti confluiti in una lettera  indirizzata al presidente dell’INPS, Tito Boeri, e a lui esposti questo scorso venerdì 24 aprile.

 

È stato il 24 aprile, un’altra bellissima giornata di sole, calda come ci si aspetta in primavera, e ventosa, come gli animi di quasi 200 lavoratori autonomi delle più disparate categorie, che ancora una volta si sono riuniti per manifestare e attendere speranzosi un dialogo con le istituzioni, che è avvenuto. Tante esperienze sono state coraggiosamente raccontate davanti a tutti, rendendoci consapevoli dei problemi comuni e facendoci forse sentire un po’ meno soli.

 
Ho ritrovato le persone conosciute al primo speakers’ corner, in primis Cosimo Matteucci, avvocato fiero e appassionato tanto da ispirare questa “battaglia”, e i due fantastici ispiratori di ArchiM, Angelo Restaino e Sara Vian, archivisti di ieri e di oggi dall’incredibile professionalità e umanità. Ho incontrato vecchi e cari amici e colleghi, soprattutto architetti, fatto nuove conoscenze e sono stata istruita di quali realtà associative già si occupano di questo mondo lavorativo, come ad esempio Acta.

 

È stata una mattinata lunga che si è conclusa con tanta soddisfazione nel primo pomeriggio, quando i 6 rappresentanti del movimento sono usciti visibilmente emozionati, come tutti noi nell’ascoltare da loro le prime dichiarazioni a caldo, da un lungo incontro con Tito Boeri.

 

Parole d’ordine: equità fiscale e previdenziale, reddito e welfare universale. E non perché debbano arrivare così, dall’alto, ma perché paghiamo anche noi per averle e perché per costruire e pianificare il lavoro sono sacrosanti dei “cuscinetti” sociali e economici, erogati in base a reddito e disponibilità.

 

Solo allora sono ripartita dall’EUR, sempre sul sellino della mia inseparabile bicicletta, per tornare al lavoro. E per tornarci con più grinta e convinzione, consapevole che il lavoro non si subisce, ma si costruisce. E che ho doveri, ma anche diritti da chiedere che mi vengano riconosciuti, in quanto parte, e parte fondante di questa economia e di questa società, per la quale lavoro con le mani, con la testa, e, per mia fortuna, anche con il cuore.

 

Grata, inoltre, di aver conosciuto realtà così consapevoli della loro unità e funzione, qualcosa che tra gli archeologi mi pare ancora un po’  lontana da realizzare.

 

E concentrata. Concentrata a trovare una nuova chiave di lettura per questa crisi e questa dimensione del lavoro precario, che ormai sembra essere la nuova tipologia di contratto a nostra disposizione.

 

Sì, forse utopicamente, ma sono fermamente convinta che la precarietà, che esiste e per ora non cambia, sia una realtà che vada affrontata e non subita, in modo tale da renderla una risorsa e non una condanna.

 

Prossima fermata di questa carovana? Il prossimo sabato 9 maggio, h. 10, all’ESC Atelier di San Lorenzo, per continuare a pensare, elaborare proposte, scambiare e condividere dubbi, esperienze, idee e progettare il prossimo speakers’ corner, che questa volta sarà di fronte a una Cassa professionale.

 

Che fai? Vieni anche tu, no?

 

Perché ora tocca a tutti noi. E tu, ti sei domandato chi sei? Noi archeologi chi siamo?

 

#sonoarcheologoperchè

#sonoarcheologoe

#sonounIVAesto

 

 

Giulia Facchin

Dell’IVA e della solidarietà. Storie di straordinaria attualità #1

Ciao, mi chiamo Giulia, e sono archeologa, ricercatrice, guida turistica e chi più ne ha più ne metta. Faccio più lavori, perché altrimenti non so come pagarmi da vivere, tasse comprese. Un lavoro l’ho scelto e l’altro mi è capitato, ma alla fine mi sono accorta di fare sempre lo stesso lavoro, cioè stare in questa comunità, per riflettere assieme su chi siamo e cosa vogliamo essere. Ogni tanto (direi spesso) è tutto un po’ faticoso, ma allo stesso tempo so che va bene così, perché credo in ciò che faccio, anche se non ci sono sabati, né domeniche, né giorno, né notte, né Pasqua, né Ferragosto.

 

Ecco magari… santificare (a proprio piacimento) qualche festa, vivere più serenamente un periodo di febbre (e non voglio pensare a malattie ben peggiori), non dover ricorrere a un terzo lavoro per pensare anche alla pensione integrativa (ma integrativa di cosa?)… questo magari…

 

 

Prologo – 27 febbraio 2015

 

Era il 27 febbraio, una giornata di sole, già calda per essere ancora pieno inverno. In bicicletta si stava che era un piacere. E felice in bicicletta arrivo in piazza Cavour, dove è già attivo e agguerrito un gruppo di persone della mia stessa età. Sembra un po’ di stare a Londra, uno speakers’ corner: un piccolo palchetto rialzato a fianco di una aiuola e tante persone che con piglio deciso e voce ferma, ordinatamente, esprimono le loro difficoltà e i loro bisogni.

 

I primi ad aver avanzato questa proposta furono allora gli avvocati, ovviamente non quelli affermati e di successo, ma quelli della nostra generazione che, pur brillanti e intellettualmente con le carte in regola, faticano a arrivare a fine mese. Come noi, come tutta la schiera di professionisti preparati e precari che affollano il mondo del lavoro nel 2015.

 

E gli avvocati rischiano di non poter esercitare a causa di un balzello troppo gravoso e legato all’essere iscritti ad un albo: l’iscrizione, appunto, è talmente onerosa che molti non possono pagarla, ma senza iscrizione non puoi esercitare. Insomma un circolo vizioso per cui, come dice Valeria, “non lavoro per avere reddito, ma ho bisogno di un reddito per lavorare”.

 

Un vero paradosso, e non di tipo meramente speculativo. Non c’è nulla di bello e affascinante in questo paradosso, che è stato concepito da un sistema economico per il quale il lavoro autonomo è stata la comoda e pilatesca risposta per abolire forme di lavoro più sicure, quali, ad esempio, i contratti a tempo indeterminato.

 

Sei autonomo, sei inserito in un libero mercato di contrattazione e poco importa se poi lavori 8 ore al giorno per la stessa ditta, tutti i giorni, o addirittura per lo Stato, che non ti paga neppure il 4%.

 

Sei autonomo e quindi devi provvedere, autonomamente appunto, a un’assicurazione personale – che per noi archeologi può essere anche molto delicata specie se lavori sul campo, a – se puoi concederti il lusso – una pensione integrativa – che di integrativo per chi è iscritto alla gestione separata non ha nulla –, a pagarti autonomamente giorni di malattia e ferie, ovvero a non fare ferie e a scongiurare tutti i santi del Paradiso, e con Paradiso intendo tutti quelli possibili religiosi e non, di non ammalarti e – ahimé – forse a non avere figli, dati i tempi elefanteschi con cui eventualmente ti verrebbe erogata una minima quota maternità.

 

Insomma un sistema economico capestro, che di agevolazione per questa generazione – che sarà peraltro la maggior forza lavoro dei prossimi 40 anni – non ha proprio nulla. 

 

Bene, i “giovani” avvocati hanno detto “basta!”, e il 27 febbraio hanno organizzato un accogliente speakers’ corner nei giardinetti, curiosamente appena concimati davanti alla Corte di Cassazione di Roma, e con loro architetti, ingegneri, geometri (pensate… tutte assieme queste tre categorie!!!), parafarmacisti, giornalisti, archivisti, guide e, ah! io, archeologa… e sono stata accolta con tanto calore e interesse, assieme a molti altri lavoratori autonomi.

 

E io ho guardato a tutto ciò con profonda stima e riconoscenza.

 

Persone di ambiti diversi, provenienti da professioni ordinistiche e non, tutte accomunate dalla stessa volontà di avere e chiedere dignità e sicurezza del poter, voler, dover lavorare per esistere e dalla forte consapevolezza che è tempo di agire uniti, in una potente solidarietà interprofessionale.

 

 

(Continua…)

 

 

Giulia Facchin

 

 

Ah! Se volete approfondire:

 

• https://www.facebook.com/pages/Coalizione-27-Febbraio-27F/2309433792499278?sk=timeline

• http://www.lavoripubblici.it/news/2015/03/professione/Equit-Previdenziale-e-Lavoratori-autonomi-parola-d-ordine-Incrociare-le-lotte-_14769.html

• http://www.lavoripubblici.it/news/2015/03/professione/Equit-previdenziale-e-Partite-IVA-nasce-il-Coordinamento-27-Febbraio-_14804.html

• http://www.lavoripubblici.it/news/2015/04/professioni/Le-Partite-IVA-fanno-sul-serio-il-24-aprile-manifestazione-nazionale-sotto-la-sede-dell-INPS_15053.html

• http://nuvola.corriere.it/2015/04/22/caro-tito-boeri-le-partite-iva-scrivono-allinps/

• http://ilmanifesto.info/storia/prima-tappa-linps-la-carovana-dei-diritti-del-movimento-freelance/

• http://www.huffingtonpost.it/riccardo-laterza/lesperimento-della-coalizione-27f_b_7128042.html

• http://www.left.it/2015/04/23/la-coalizione27febbraio-delle-libere-professioni-a-tito-boeri-linps-renda-la-previdenza-piu-equa/

 

 

Art Bonus Foto libere

Se un giorno d’estate un ricercatore (o sulle limitazioni alla libertà di fotografare fonti archivistiche e bibliografiche)

Il non-sense è sempre in agguato.

 

È strano, ma proprio nei provvedimenti salutati con grande entusiasmo spesso si nasconde un vulnus assurdo ed imprevisto che invece di migliorare la situazione riesce quasi a peggiorare quella esistente.

 

Correva l’anno 2014 quando, tra scene di giubilo e applausi vari, col decreto detto Art Bonus, il Ministro Dario Franceschini decise di liberalizzare la riproduzione fotografica dei beni culturali conservati in ogni dove.

 

L’Italia era finalmente entrata nel XXI secolo! O almeno così pareva.

 

Ben presto, infatti, gli addetti ai lavori ed i più attenti esperti di open data rilevarono che il provvedimento, in effetti, aveva ben più di un problema e che a ben guardare di dati aperti non si trattava affatto.

 

“Sempre meglio di niente” commentarono gli ottimisti. “Eppur si muove” cinguettarono i sarcastici. “Tutto da rifare” dissero i soliti borbottoni. Ma nemmeno questi ultimi avevano previsto che la situazione potesse peggiorare. E invece, l’imprevedibile accadde.

 

Perché, cari lettori, come un tempo si insegnava nelle neglette lezioni di educazione civica, i decreti, come i pomodori in barattolo, hanno la scadenza. Per questo motivo, dopo un po’, vanno convertiti in legge. E nel convertire Art bonus, così amato e criticato, nella foga di migliorarlo, ci scappò il “pastrocchio”.

 

All’indomani della pubblicazione della legge, un ignaro ricercatore (se fosse studente, dottorando, professionista o professore non è dato saperlo, ma di sicuro esperto in materia di Beni Culturali) si accorse di una cosa.

 

Tutti potevano fotografare tutto, ma lui, i documenti d’archivio che gli servivano per proseguire le sue ricerche, no.

 

Quelle foto avrebbe dovuto pagarle.

 

Ohibò, era mai possibile che il legislatore ritenesse le esigenze del ricercatore meno importanti di quelle del turista che scatta un selfie con Paolina Borghese?

 

Rilesse bene tutto. No, purtroppo non si era sbagliato.

 

Sembra un racconto fantasioso e invece è tutto vero.

 

Lo scorso luglio, con la conversione in legge di Art Bonus, è stato approvato un emendamento restrittivo che esclude dalla libera riproduzione i beni archivistici e bibliografici, inizialmente prevista dal decreto.

 

Si torna quindi al regime precedente: le immagini di documenti d’archivio e libri dovranno essere pagate, anche se si è autorizzati a farle con mezzi propri, oppure commissionate al concessionario di turno.

 

Ovviamente tale norma, oltre che essere illogica, crea e creerà problemi a chi fa ricerca o a chi, per svolgere compiutamente il proprio lavoro, ha bisogno di materiale d’archivio.

 

Della sensibilizzazione e della legittima protesta sulla questione si occupa ormai da molti mesi il movimento Fotografie Libere per Beni Culturali, che si propone di favorire la fruizione libera e gratuita delle fonti documentarie in archivi e biblioteche per finalità di ricerca. Sul sito troverete approfondimenti, rassegna stampa e iniziative intraprese.

 

Anche grazie a questa mobilitazione, qualcuno dei componenti della Commissione Cultura della Camera ha ammesso, con apprezzabile sincerità, che la decisione presa è stata un errore. Di prossime rettifiche, tuttavia, per il momento non si ha nessuna notizia.

 

Nell’attesa che qualcosa cambi nel prossimo futuro, è possibile firmare la petizione lanciata da Foto Libere per i Beni Culturali, già sottoscritta da tanti ricercatori, studenti, archeologi e intellettuali fra i quali figurano anche diverse personalità illustri.

 

Foto Libere per il Beni Culturali è anche su Twitter e Facebook.

 

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Paola Romi (@OpusPaulicium)

 

 

 

Ragione e sentimento. Lavorare gratis in un museo è l’aspirazione sbagliata?

Decadenza. Passione. Risorse umane. Risorse economiche.

 

Ciao Valentina,

 

di sicuro i quattro termini, ripresi dalla tua lettera al Sindaco di Roma Ignazio Marino, sono più che adatti a descrivere la situazione dei lavoratori dei Beni Culturali. Personalmente, avrei scelto di utilizzarli in altro modo e sarei arrivata ad una richiesta nettamente opposta.

 

Ma andiamo con ordine.

 

Io e te non ci conosciamo, ma abbiamo in comune più cose di quante immagini. Entrambe viviamo a Roma, entrambe amiamo l’arte, entrambe abbiamo studiato o studiamo beni culturali. Entrambe abbiamo qualcosa da dire.

 

Non voglio perdere tempo ed entro subito nel merito della questione.

 

“Lavoro” e “gratis”non possono andare d’accordo perchè sono sono due concetti semanticamente opposti. “Gratuito” è ciò “che si fa o si riceve o si ha senza pagamento, senza compenso”, esattamente agli antipodi, quindi, della parola “lavoro” che invece presuppone una retribuzione per la prestazione svolta.

 

Tenere aperto un museo è un lavoro, concorderai con me. Necessita di competenze ed esperienza e in quanto lavoro va retribuito.

 

Tenere aperto un museo solo con chi “vuole” farlo gratis squalifica il museo stesso oltre che le professionalità del settore. E tra queste ultime tra qualche anno ci sarai anche tu, con la tua laurea, il tuo master o il tuo dottorato. Questa sì che è decadenza.

 

Facciamo un salto avanti nel tempo, diciamo… di cinque anni.

 

Per allora avrai terminato gli studi e ora stai cercando lavoro. Hai mandato centinaia di curriculum, partecipato a concorsi su concorsi e finalmente, un giorno ti chiamano per un colloquio in un museo. Il sogno della tua vita. Era ora!

 

Sei preparata, determinata e certa che questa volta sta per arrivare la grande occasione.

 

Ecco, immagina che nella sala d’aspetto per il colloquio ci siamo io e te.

 

Entrambe abbiamo gli stessi titoli, le stesse esperienze e la stessa ambizione: lavorare in quel museo.

 

La differenza tra me e te è che io non ho bisogno di essere retribuita (sono benestante di famiglia, voglio ancora fare esperienza, ho un marito che mi mantiene, fai un po’ tu). Tu invece, ne hai bisogno, eccome: i tuoi non ti mantengono più ora e devi pagare l’affitto della stanza e le bollette, oltre che a una birretta con gli amici ogni tanto e quel corso di yoga a cui finalmente hai deciso di iscriverti.

 

Ecco, immaginiamo che in questo scenario ben poco fantascientifico, i fondi per tenere aperto il museo sono esigui, anzi, il museo potrebbe chiudere da un giorno all’altro. Sarebbe un peccato, una magnifica collezione chiusa per sempre!

 

Io entro a colloquio. Dico all’esaminatore che per me non c’è nessun problema a tenere aperto il museo senza essere pagata.

 

Poi entri tu.

 

Alla fine del colloquio chiedi all’esaminatore qual è lo stipendio mensile.

 

 

I conti sono facili.

 

Sceglieranno me. Li ho scongiurati di prendermi, non voglio neanche il rimborso spese modello stage. No,voglio proprio lavorare gratuitamente. Io amo la cultura.  Io tornerò a casa gongolante, ho realizzato il mio sogno.

 

 

Tu tornerai a casa dopo l’ennesimo colloquio andato a vuoto.  Cosa penserai allora? O meglio, cosa farai?  Cercherai un altro lavoro, probabilmente lavorerai qualche mese in un call center, poi in pizzeria, poi farai la freelance, poi poi poi.

 

 

Poi cosa?

 

 

Avrai studiato dieci anni e non avrai avuto la possibilità di lavorare nel settore per il quale ti sei formata. E sconsiglierai a chiunque te lo chiederà di studiare storia dell’arte o archeologia. Non ne vale la pena, non si sopravvive.
Quindi come vedi risorse umane e risorse economiche, in una società che non sia basata sullo schiavismo o sulle caste, non sono due voci alternative. Semplicemente perché non “campiamo d’aria”. Nè io nè te.

 

 

Le risorse umane necessitano di risorse economiche.

 

 

Prendere la strada del “io lo faccio anche gratis” significa avviare una selezione in base al censo, tra chi può permetterselo e chi non può e dovrà cambiare lavoro.
Siamo sicuri che il progresso scientifico e culturale, perché a questo servono i musei, a conservare ma anche a divulgare, insegnare, progredire, assolveranno alla loro missione con un personale selezionato in base al censo?

 

 
Io non credo. Come non credo che la passione possa uccidere la ragione.

 

 

Antonia Falcone (@antoniafalcone)

Paola Romi (@opuspaulicium)