#bronziFirenze: impressioni di una #archeoblogger

Lo ammetto, entrando a Palazzo Strozzi ero piuttosto prevenuta.

 

Amo i musei ma le mostre, qualunque sia il loro tema, invece finiscono per suscitare in me più fastidio e interrogativi che gioie. Stavolta invece è andata diversamente.

 

Non solo per la piacevole ospitalità riservata al nostro gruppo di archeoblogger e non tanto perché vedere insieme tanti capolavori è comunque un enorme arricchimento, ma soprattutto perchè ho visto messa in pratica, per una volta, l’idea di archeologia pubblica in ambito museale.

 

Lo dico meglio: ascoltando le nostre gentili ospiti e percorrendo l’esposizione e le sue pertinenze, ho potuto apprezzare finalmente una mostra archeologica che si distingue nell’avere chiaramente un occhio di riguardo per la pubblica utilità dell’evento.

 

Rapita dagli sguardi vuoti degli atleti, stregata dalla morbidezza di tanti bronzei capelli, ipnotizzata dal nitrito del cavallo Medici Ricciardi e dal broncio del Pugilatore, tra un tweet e l’altro, ho cercato di raccontare a chi non era presente, la bellezza che mi si parava davanti in ogni nuova sala.

 

Ma è stato durante il viaggio di ritorno che ho messo ordine tra i pensieri e ho realizzato il perché delle sensazioni positive suscitate dalla mostra. Mettendo in fila i ricordi, le informazioni ricevute e i dati della cartella stampa ho infatti capito l’origine della mia soddisfazione: avevo visitato due mostre, Potere e Pathos a Palazzo Strozzi e Piccoli Grandi Bronzi ai MAF in cui i fondi erano stati impiegati, almeno in parte, per fare veramente, almeno secondo la visione che ho io, archeologia pubblica, cioè per il pubblico.

 

Quello messo in piedi dallo staff della fondazione di Piazza degli Strozzi non è solo un evento espositivo di altissimo livello e una complessa macchina organizzativa e comunicativa, ma è soprattutto un’esposizione pensata per essere letteralmente al servizio del pubblico e non solo per entrare in relazione col pubblico.

 

Come?

 

Sperimentando molteplici ed eterogenee iniziative, dedicate ai più diversi target di visitatori, tali da fare in modo che ognuno possa trovare il suo personale modo di entrare in relazione con le opere d’arte esposte, apprendere ed arricchirsi.

 

Ma non si sono fermati qui.

 

Hanno fatto di meglio, hanno ideato anche iniziative dedicate ai malati di Alzheimer e ai loro familiari.

 

E a questo punto la mostra e le opere sono diventate, per assurdo, proprio perdendo la loro centralità, veramente archeologia pubblica. Usate come spunto per facilitare canali comunicativi ormai compromessi, tanto i reperti esposti quanto lo staff tentano infatti di essere veicolo di una percorso per così dire “terapeutico”: e da fine ultimo dell’evento il contatto con l’antico diventa strumento per tentare di vivere meglio.

 

Sicuramente si è già capito. Per me è stata una folgorazione. Ho trovato una delle tante risposte, ma forse la più commovente, alla ricorrente domanda che come professionista del settore spesso subisco: ma a cosa serve l’archeologia? Serve anche a fare terapie per i malati.

 

Ecco questa in assoluto è stata la cosa più emozionante dell’esperienza fiorentina del gruppo degli #archeoblogger.

 

Per chiudere, last but not least, voglio raccontare qualcosa della mostra sui Piccoli Grandi Bronzi dei Musei Archeologici Fiorentini.

 

Frutto di uno “scavo” nei magazzini contenenti le collezioni Lorenesi e Medicee, l’esposizione di piazza dell’Annunziata è veramente un raffinato gioiello.

 

Piccola per superficie espositiva e per tipologia di opere esposte, la mostra introduce con semplicità il visitatore nel mondo di una classe di reperti di solito apprezzati solo dagli specialisti.

 

Quale sarebbe qui la componente di “archeologia pubblica” che riconosco a questa operazione? Ce ne sono molte.

 

Restituire ai cittadini un patrimonio di solito chiuso in vecchie casse, tentare di risvegliare in loro la curiosità verso l’antico attraverso le rappresentazione delle divinità, ma anche fornire spunti per collegare la moderna storia con gli orizzonti dell’antica koinè culturale ellenistica.

 

Sicuramente ce ne sono molte altre. Non resta che andarci o ritornarci e scoprirle.

 

Paola Romi (@opuspaulicium)

 

Credit photo: @PalazzoStrozzi

 

 

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