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Il marketing culturale nell’era del web 2.0. Due chiacchiere con Nicolette Mandarano

Vi siete mai chiesti cosa pensi un visitatore dell’esperienza appena fatta in un museo o in un’area archeologica?

 

Ce lo siamo domandati tutti prima o poi: sia gli addetti ai lavori che chiunque si appassioni alle sorti del patrimonio culturale.

 

Che impressione danno i nostri musei ai visitatori, soprattutto stranieri? Siamo all’altezza del compito? Riusciamo cioè a fornire tutti quei servizi indispensabili per l’accoglienza, la didattica e la fruizione?

 

Se a noi queste domande ronzano in testa, girovagando magari qua e là fra commenti, tweet e blog, c’è chi ha pensato bene di farne uno studio sul rapporto tra Musei e Pubblico.

 

Come?

 

A partire da una delle piattaforme più note quando parliamo di feedback.

 

Lei è Nicolette Mandarano, la piattaforma è TripAdvisor. 

 

I musei sono quelli di Roma e l’analisi dei commenti degli utenti è confluita in un volume dal titolo “Il marketing culturale nell’era del web 2.0. Come la comunità virtuale valuta i musei” (ed. Guaraldi).

 

Il lavoro fatto da Nicolette Mandarano parte dalla constatazione che “le statistiche evidenziano che un utente su tre consulta il web e i social media per pianificare una vacanza e che fra i social media più utilizzati TripAdvisor è quello che a livello turistico influenza di più le scelte rispetto a Facebook e Twitter”.

 

Incuriositi dall’indagine svolta abbiamo incontrato l’autrice e le abbiamo fatto qualche domanda.

 

Ciao Nicolette, da cosa nasce l’idea di analizzare il rapporto tra musei e TripAdvisor? Esisteva già in Italia qualche studio su questo argomento?

 

 

Ciao e grazie per l’ospitalità.

 

L’idea per questa ricerca è nata vedendo che su TripAdvisor, insieme ai consueti feedback su ristoranti ed esercizi commerciali, iniziavano a comparire recensioni anche su musei, monumenti e aree archeologiche. Iniziando a leggere le opinioni del pubblico ho trovato diverse cose interessanti sul rapporto fra i visitatori con le loro aspettative e le istituzioni culturali, ed ho deciso di farne uno studio più sistematico.

 

In Italia, ma anche all’estero, niente del genere era stato ancora fatto. C’erano articoli sulla presenza dei musei sui social media quali Twitter e Facebook, ma nulla era stato fatto su TA.

 

 

Nei feedback rilasciati su TripAdvisor hai rilevato una qualche differenza tra visitatori italiani e stranieri? Utilizzano gli stessi parametri per valutare l’esperienza di visita?

 

 

Indubbiamente esiste una differenza fra visitatori italiani e stranieri. Le aspettative sono diverse. La conoscenza, anche solo scolastica, dei visitatori italiani aiuta a riconoscere più facilmente i capolavori, gli stranieri invece trovano maggiori difficoltà e si chiedono perché le nostre istituzioni non si impegnino di più nella comunicazione. Vorrebbero mappe, che qualcuno segnalasse loro i capolavori da non perdere, maggiori spiegazioni e, generalmente, un’accoglienza diversa.

 

Sulla diversità delle aspettative trovo sia emblematico il caso delle Domus romane di Palazzo Valentini. I visitatori italiani sono generalmente entusiasti dell’esperienza di visita, che trovano coinvolgente grazie alla voce narrante e alle proiezioni, i visitatori stranieri invece , soprattutto di provenienza statunitense, rimangono delusi perché ritengono migliori i documentari di Discovery Channel rispetto a quanto proposto durante il percorso di visita.

 

 

Cosa ne pensi dei visitor studies basati esclusivamente sulle opinioni on-line degli utenti? Si possono ritenere attendibili?

 

 

Bisogna saper mantenere un certo equilibrio nell’analisi – come deve accadere però anche quando si affronta l’analisi dei questionari anonimi – ma sostanzialmente le opinioni on-line che ho avuto modo di analizzare si possono ritenere attendibili. La decisione di lavorare su musei che conosco molto bene è stata presa proprio per capire se fossero presenti recensioni false o poco attendibili, e questo non è mai accaduto. Del resto TA è stato accusato più volte di accogliere recensioni false, ma se questo vale per gli esercizi commerciali dove c’è un forte interesse economico e concorrenziale in ballo, questo non accade, o almeno ancora non è accaduto per i musei.

 

 

Hai analizzato i commenti lasciati sul portale da ottobre 2013 a febbraio 2014. E’ cambiato qualcosa da allora?

 

 

No. Inizialmente temevo che la ricerca sarebbe invecchiata in fretta, invece devo dire che ad oggi i risultati emersi dall’analisi sono rimasti praticamente invariati. Questo è un bene per me, ma non evidentemente per i musei che in tutto questo tempo non sembrano aver cambiato nulla sotto nessun punto di vista.

 

 

Di questo ed altro si parlerà venerdì 22 maggio 2015 nel corso della presentazione “Ti lascio un feedback. Musei e pubblico nel web 2.0.” che si terrà a Roma presso la libreria Offline Books in via dei Marrucini 12a (vicino a l’Università La Sapienza). Interverranno oltre a Nicolette Mandarano, autrice del testo citato, Cinzia Dal Maso, Astrid D’Eredità, Giulia Facchin, Giorgia Meschini e Rita Paris.

 

 

Per seguire ed interagire sui socialmedia l’hashtag sarà #dilloalmuseo.

 

 

archeoblogger palazzo strozzi

#bronziFirenze: impressioni di una #archeoblogger

Lo ammetto, entrando a Palazzo Strozzi ero piuttosto prevenuta.

 

Amo i musei ma le mostre, qualunque sia il loro tema, invece finiscono per suscitare in me più fastidio e interrogativi che gioie. Stavolta invece è andata diversamente.

 

Non solo per la piacevole ospitalità riservata al nostro gruppo di archeoblogger e non tanto perché vedere insieme tanti capolavori è comunque un enorme arricchimento, ma soprattutto perchè ho visto messa in pratica, per una volta, l’idea di archeologia pubblica in ambito museale.

 

Lo dico meglio: ascoltando le nostre gentili ospiti e percorrendo l’esposizione e le sue pertinenze, ho potuto apprezzare finalmente una mostra archeologica che si distingue nell’avere chiaramente un occhio di riguardo per la pubblica utilità dell’evento.

 

Rapita dagli sguardi vuoti degli atleti, stregata dalla morbidezza di tanti bronzei capelli, ipnotizzata dal nitrito del cavallo Medici Ricciardi e dal broncio del Pugilatore, tra un tweet e l’altro, ho cercato di raccontare a chi non era presente, la bellezza che mi si parava davanti in ogni nuova sala.

 

Ma è stato durante il viaggio di ritorno che ho messo ordine tra i pensieri e ho realizzato il perché delle sensazioni positive suscitate dalla mostra. Mettendo in fila i ricordi, le informazioni ricevute e i dati della cartella stampa ho infatti capito l’origine della mia soddisfazione: avevo visitato due mostre, Potere e Pathos a Palazzo Strozzi e Piccoli Grandi Bronzi ai MAF in cui i fondi erano stati impiegati, almeno in parte, per fare veramente, almeno secondo la visione che ho io, archeologia pubblica, cioè per il pubblico.

 

Quello messo in piedi dallo staff della fondazione di Piazza degli Strozzi non è solo un evento espositivo di altissimo livello e una complessa macchina organizzativa e comunicativa, ma è soprattutto un’esposizione pensata per essere letteralmente al servizio del pubblico e non solo per entrare in relazione col pubblico.

 

Come?

 

Sperimentando molteplici ed eterogenee iniziative, dedicate ai più diversi target di visitatori, tali da fare in modo che ognuno possa trovare il suo personale modo di entrare in relazione con le opere d’arte esposte, apprendere ed arricchirsi.

 

Ma non si sono fermati qui.

 

Hanno fatto di meglio, hanno ideato anche iniziative dedicate ai malati di Alzheimer e ai loro familiari.

 

E a questo punto la mostra e le opere sono diventate, per assurdo, proprio perdendo la loro centralità, veramente archeologia pubblica. Usate come spunto per facilitare canali comunicativi ormai compromessi, tanto i reperti esposti quanto lo staff tentano infatti di essere veicolo di una percorso per così dire “terapeutico”: e da fine ultimo dell’evento il contatto con l’antico diventa strumento per tentare di vivere meglio.

 

Sicuramente si è già capito. Per me è stata una folgorazione. Ho trovato una delle tante risposte, ma forse la più commovente, alla ricorrente domanda che come professionista del settore spesso subisco: ma a cosa serve l’archeologia? Serve anche a fare terapie per i malati.

 

Ecco questa in assoluto è stata la cosa più emozionante dell’esperienza fiorentina del gruppo degli #archeoblogger.

 

Per chiudere, last but not least, voglio raccontare qualcosa della mostra sui Piccoli Grandi Bronzi dei Musei Archeologici Fiorentini.

 

Frutto di uno “scavo” nei magazzini contenenti le collezioni Lorenesi e Medicee, l’esposizione di piazza dell’Annunziata è veramente un raffinato gioiello.

 

Piccola per superficie espositiva e per tipologia di opere esposte, la mostra introduce con semplicità il visitatore nel mondo di una classe di reperti di solito apprezzati solo dagli specialisti.

 

Quale sarebbe qui la componente di “archeologia pubblica” che riconosco a questa operazione? Ce ne sono molte.

 

Restituire ai cittadini un patrimonio di solito chiuso in vecchie casse, tentare di risvegliare in loro la curiosità verso l’antico attraverso le rappresentazione delle divinità, ma anche fornire spunti per collegare la moderna storia con gli orizzonti dell’antica koinè culturale ellenistica.

 

Sicuramente ce ne sono molte altre. Non resta che andarci o ritornarci e scoprirle.

 

Paola Romi (@opuspaulicium)

 

Credit photo: @PalazzoStrozzi

 

 

precariato archeologia partita IVA

Dell’IVA e della solidarietà. Storie di straordinaria attualità #2

Logos – 24 aprile

 

Da due mesi di intenso e condiviso lavoro che ha visto insieme moltissime associazioni, non solo di categoria, sono scaturiti una serie di punti confluiti in una lettera  indirizzata al presidente dell’INPS, Tito Boeri, e a lui esposti questo scorso venerdì 24 aprile.

 

È stato il 24 aprile, un’altra bellissima giornata di sole, calda come ci si aspetta in primavera, e ventosa, come gli animi di quasi 200 lavoratori autonomi delle più disparate categorie, che ancora una volta si sono riuniti per manifestare e attendere speranzosi un dialogo con le istituzioni, che è avvenuto. Tante esperienze sono state coraggiosamente raccontate davanti a tutti, rendendoci consapevoli dei problemi comuni e facendoci forse sentire un po’ meno soli.

 
Ho ritrovato le persone conosciute al primo speakers’ corner, in primis Cosimo Matteucci, avvocato fiero e appassionato tanto da ispirare questa “battaglia”, e i due fantastici ispiratori di ArchiM, Angelo Restaino e Sara Vian, archivisti di ieri e di oggi dall’incredibile professionalità e umanità. Ho incontrato vecchi e cari amici e colleghi, soprattutto architetti, fatto nuove conoscenze e sono stata istruita di quali realtà associative già si occupano di questo mondo lavorativo, come ad esempio Acta.

 

È stata una mattinata lunga che si è conclusa con tanta soddisfazione nel primo pomeriggio, quando i 6 rappresentanti del movimento sono usciti visibilmente emozionati, come tutti noi nell’ascoltare da loro le prime dichiarazioni a caldo, da un lungo incontro con Tito Boeri.

 

Parole d’ordine: equità fiscale e previdenziale, reddito e welfare universale. E non perché debbano arrivare così, dall’alto, ma perché paghiamo anche noi per averle e perché per costruire e pianificare il lavoro sono sacrosanti dei “cuscinetti” sociali e economici, erogati in base a reddito e disponibilità.

 

Solo allora sono ripartita dall’EUR, sempre sul sellino della mia inseparabile bicicletta, per tornare al lavoro. E per tornarci con più grinta e convinzione, consapevole che il lavoro non si subisce, ma si costruisce. E che ho doveri, ma anche diritti da chiedere che mi vengano riconosciuti, in quanto parte, e parte fondante di questa economia e di questa società, per la quale lavoro con le mani, con la testa, e, per mia fortuna, anche con il cuore.

 

Grata, inoltre, di aver conosciuto realtà così consapevoli della loro unità e funzione, qualcosa che tra gli archeologi mi pare ancora un po’  lontana da realizzare.

 

E concentrata. Concentrata a trovare una nuova chiave di lettura per questa crisi e questa dimensione del lavoro precario, che ormai sembra essere la nuova tipologia di contratto a nostra disposizione.

 

Sì, forse utopicamente, ma sono fermamente convinta che la precarietà, che esiste e per ora non cambia, sia una realtà che vada affrontata e non subita, in modo tale da renderla una risorsa e non una condanna.

 

Prossima fermata di questa carovana? Il prossimo sabato 9 maggio, h. 10, all’ESC Atelier di San Lorenzo, per continuare a pensare, elaborare proposte, scambiare e condividere dubbi, esperienze, idee e progettare il prossimo speakers’ corner, che questa volta sarà di fronte a una Cassa professionale.

 

Che fai? Vieni anche tu, no?

 

Perché ora tocca a tutti noi. E tu, ti sei domandato chi sei? Noi archeologi chi siamo?

 

#sonoarcheologoperchè

#sonoarcheologoe

#sonounIVAesto

 

 

Giulia Facchin

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Dell’IVA e della solidarietà. Storie di straordinaria attualità #1

Ciao, mi chiamo Giulia, e sono archeologa, ricercatrice, guida turistica e chi più ne ha più ne metta. Faccio più lavori, perché altrimenti non so come pagarmi da vivere, tasse comprese. Un lavoro l’ho scelto e l’altro mi è capitato, ma alla fine mi sono accorta di fare sempre lo stesso lavoro, cioè stare in questa comunità, per riflettere assieme su chi siamo e cosa vogliamo essere. Ogni tanto (direi spesso) è tutto un po’ faticoso, ma allo stesso tempo so che va bene così, perché credo in ciò che faccio, anche se non ci sono sabati, né domeniche, né giorno, né notte, né Pasqua, né Ferragosto.

 

Ecco magari… santificare (a proprio piacimento) qualche festa, vivere più serenamente un periodo di febbre (e non voglio pensare a malattie ben peggiori), non dover ricorrere a un terzo lavoro per pensare anche alla pensione integrativa (ma integrativa di cosa?)… questo magari…

 

 

Prologo – 27 febbraio 2015

 

Era il 27 febbraio, una giornata di sole, già calda per essere ancora pieno inverno. In bicicletta si stava che era un piacere. E felice in bicicletta arrivo in piazza Cavour, dove è già attivo e agguerrito un gruppo di persone della mia stessa età. Sembra un po’ di stare a Londra, uno speakers’ corner: un piccolo palchetto rialzato a fianco di una aiuola e tante persone che con piglio deciso e voce ferma, ordinatamente, esprimono le loro difficoltà e i loro bisogni.

 

I primi ad aver avanzato questa proposta furono allora gli avvocati, ovviamente non quelli affermati e di successo, ma quelli della nostra generazione che, pur brillanti e intellettualmente con le carte in regola, faticano a arrivare a fine mese. Come noi, come tutta la schiera di professionisti preparati e precari che affollano il mondo del lavoro nel 2015.

 

E gli avvocati rischiano di non poter esercitare a causa di un balzello troppo gravoso e legato all’essere iscritti ad un albo: l’iscrizione, appunto, è talmente onerosa che molti non possono pagarla, ma senza iscrizione non puoi esercitare. Insomma un circolo vizioso per cui, come dice Valeria, “non lavoro per avere reddito, ma ho bisogno di un reddito per lavorare”.

 

Un vero paradosso, e non di tipo meramente speculativo. Non c’è nulla di bello e affascinante in questo paradosso, che è stato concepito da un sistema economico per il quale il lavoro autonomo è stata la comoda e pilatesca risposta per abolire forme di lavoro più sicure, quali, ad esempio, i contratti a tempo indeterminato.

 

Sei autonomo, sei inserito in un libero mercato di contrattazione e poco importa se poi lavori 8 ore al giorno per la stessa ditta, tutti i giorni, o addirittura per lo Stato, che non ti paga neppure il 4%.

 

Sei autonomo e quindi devi provvedere, autonomamente appunto, a un’assicurazione personale – che per noi archeologi può essere anche molto delicata specie se lavori sul campo, a – se puoi concederti il lusso – una pensione integrativa – che di integrativo per chi è iscritto alla gestione separata non ha nulla –, a pagarti autonomamente giorni di malattia e ferie, ovvero a non fare ferie e a scongiurare tutti i santi del Paradiso, e con Paradiso intendo tutti quelli possibili religiosi e non, di non ammalarti e – ahimé – forse a non avere figli, dati i tempi elefanteschi con cui eventualmente ti verrebbe erogata una minima quota maternità.

 

Insomma un sistema economico capestro, che di agevolazione per questa generazione – che sarà peraltro la maggior forza lavoro dei prossimi 40 anni – non ha proprio nulla. 

 

Bene, i “giovani” avvocati hanno detto “basta!”, e il 27 febbraio hanno organizzato un accogliente speakers’ corner nei giardinetti, curiosamente appena concimati davanti alla Corte di Cassazione di Roma, e con loro architetti, ingegneri, geometri (pensate… tutte assieme queste tre categorie!!!), parafarmacisti, giornalisti, archivisti, guide e, ah! io, archeologa… e sono stata accolta con tanto calore e interesse, assieme a molti altri lavoratori autonomi.

 

E io ho guardato a tutto ciò con profonda stima e riconoscenza.

 

Persone di ambiti diversi, provenienti da professioni ordinistiche e non, tutte accomunate dalla stessa volontà di avere e chiedere dignità e sicurezza del poter, voler, dover lavorare per esistere e dalla forte consapevolezza che è tempo di agire uniti, in una potente solidarietà interprofessionale.

 

 

(Continua…)

 

 

Giulia Facchin

 

 

Ah! Se volete approfondire:

 

• https://www.facebook.com/pages/Coalizione-27-Febbraio-27F/2309433792499278?sk=timeline

• http://www.lavoripubblici.it/news/2015/03/professione/Equit-Previdenziale-e-Lavoratori-autonomi-parola-d-ordine-Incrociare-le-lotte-_14769.html

• http://www.lavoripubblici.it/news/2015/03/professione/Equit-previdenziale-e-Partite-IVA-nasce-il-Coordinamento-27-Febbraio-_14804.html

• http://www.lavoripubblici.it/news/2015/04/professioni/Le-Partite-IVA-fanno-sul-serio-il-24-aprile-manifestazione-nazionale-sotto-la-sede-dell-INPS_15053.html

• http://nuvola.corriere.it/2015/04/22/caro-tito-boeri-le-partite-iva-scrivono-allinps/

• http://ilmanifesto.info/storia/prima-tappa-linps-la-carovana-dei-diritti-del-movimento-freelance/

• http://www.huffingtonpost.it/riccardo-laterza/lesperimento-della-coalizione-27f_b_7128042.html

• http://www.left.it/2015/04/23/la-coalizione27febbraio-delle-libere-professioni-a-tito-boeri-linps-renda-la-previdenza-piu-equa/